Perù, Keiko Fujimori vince il ballottaggio per un pugno di voti
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Redazione Esteri
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Con oltre il 99,8 per cento delle schede scrutinate, la leader della destra peruviana Keiko Fujimori ha conquistato la presidenza del Perù, battendo per un margine risicatissimo lo sfidante di sinistra Roberto Sánchez. Un vantaggio di poco più di 43mila voti, pari allo 0,24 per cento, che ha chiuso una maratona elettorale durata quasi venti giorni, costellata da contestazioni, ricorsi e accuse di brogli che hanno tenuto il paese in bilico fino all'ultimo.
Per Fujimori, alla quarta candidatura alla massima carica dello Stato, si tratta della prima vittoria dopo tre sconfitte al ballottaggio nel 2011, 2016 e 2021, che la consegnano alla storia come la prima donna eletta democraticamente alla presidenza del Perù.
Una vittoria al fotofinish e lo spettro dei ricorsi
Il dato ufficiale diffuso dall'Ufficio nazionale per i processi elettorali (ONPE) certifica un risultato che per giorni è sembrato in bilico: Fujimori ha ottenuto il 50,12 per cento dei voti validi, contro il 49,88 per cento raccolto da Sánchez, con un distacco che si è rivelato incolmabile nonostante il margine risicato.
La proclamazione definitiva, tuttavia, è ancora subordinata all'esaurimento di tutti i ricorsi presentati, un iter che potrebbe prolungarsi per settimane, visto che l'avversario di sinistra ha già annunciato che non riconoscerà la vittoria, sostenendo – senza presentare prove – la possibilità di irregolarità nel voto degli oltre un milione di peruviani residenti all'estero, un bacino che ha premiato Fujimori con il 63,3 per cento delle preferenze.
Già nella notte di martedì scorso, il tribunale elettorale del Perù ha respinto il primo ricorso presentato dal partito di Sánchez, un segnale che lascia presagire un'estate calda sul fronte giudiziario, mentre il paese attende la certificazione definitiva che potrebbe arrivare entro la prima metà di luglio.
L'eredità del padre e la svolta a destra del Perù
La vittoria della figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori – che governò il paese tra il 1990 e il 2000 e morì nel 2024 – rappresenta un ritorno al potere di una dinastia politica che ha segnato la storia recente del Perù, tra successi economici e gravi violazioni dei diritti umani, culminate nella condanna del padre per corruzione e crimini contro l'umanità.
In questa campagna elettorale, Fujimori ha scelto di abbracciare senza timidezze l'eredità paterna, adottando lo slogan "Torna Fujimori, torna l'ordine" e promettendo un giro di vite militare contro la criminalità organizzata, un tema divenuto centrale nel dibattito pubblico a causa dell'impennata di omicidi ed estorsioni che hanno segnato gli ultimi anni e minato la fiducia dei cittadini.
La sua affermazione, infatti, si inserisce in un più ampio fenomeno continentale che ha visto l'America Latina virare a destra, con elettori che sembrano privilegiare la sicurezza e le ricette economiche liberiste rispetto alle tradizionali risposte del progressismo.
I numeri del Congresso e le sfide per un governo stabile
Se la vittoria al ballottaggio è ormai certa, la governabilità per Fujimori si preannuncia complessa, come del resto è stato per tutti i suoi predecessori in un sistema politico peruviano che negli ultimi dieci anni ha visto avvicendarsi ben dieci presidenti, in un vortice di rimozioni e successioni costituzionali che gli esperti definiscono "sistema delle porte girevoli".
Il partito di Fujimori, Forza Popolare, si è affermato come la prima forza politica nel nuovo parlamento, ma è lontano dalla maggioranza assoluta sia alla Camera dei deputati, dove ha ottenuto 41 seggi su 130, sia al Senato, dove ha conquistato 22 scranni su 60. In un'assemblea frammentata che vede all'opposizione il partito di Sánchez con 32 deputati e 14 senatori, e con diversi nuovi soggetti politici che si candidano a fare da ago della bilancia, la stabilità del governo che la leader di destra si appresta a formare sarà il primo, vero banco di prova.
Proprio l'alleato e candidato vicepresidente Luis Galarreta ha già aperto alla possibilità di un governo "ampio" che potrebbe includere forze di centro come il Partito del Buon Governo, nell'unico tentativo di costruire una maggioranza solida che possa garantire un quinquennio di governabilità.




