Crisi istituzionale in Perù, destituita la presidente Boluarte

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Congresso del Perù ha approvato, con un voto schiacciante che ha raccolto 118 favorevoli, la mozione di impeachment contro Dina Boluarte, accusata di "incapacità morale permanente" nell'esercizio delle sue funzioni. Una decisione, questa, che sancisce la fine prematura del mandato della prima donna a ricoprire la massima carica dello Stato, costretta ad abbandonare il Palacio de Gobierno sotto scorta mentre le immagini della sua uscita, trasmesse dai media locali, rendevano palpabile l'aria di tensione che avvolge Lima. L'istituto della "vacancia presidenziale", previsto dalla Carta fondamentale del paese andino, è stato così invocato per la quarta volta in un quinquennio, un dato che da solo delinea un quadro di profonda instabilità politica.

Il voto del Congresso e le accuse

I promotori della destituzione, che provenivano da diversi gruppi parlamentari, hanno imputato a Boluarte, la quale non è riuscita a contrastare l'ondata di violenza, l'incapacità di fornire risposte concrete alla grave crisi di sicurezza che attanaglia la nazione. L'aumento esponenziale della criminalità in varie regioni, fenomeno che ha logorato il tessuto sociale e alimentato un senso di abbandono tra i cittadini, è stato il capo d'accusa principale, considerato una prova evidente dell'inadeguatezza della sua leadership. Il parlamento, dopo aver valutato le quattro mozioni presentate, ha dunque optato per una soluzione radicale, interrompendo bruscamente un'esperienza di governo già segnata da molteplici difficoltà.

L'insediamento del nuovo presidente

Nel vuoto di potere immediatamente seguito alla votazione, il leader del Congresso, José Jerí, di 39 anni, ha prestato giuramento quale nuovo presidente della Repubblica, divenendo l'ottavo capo di Stato in soli cinque anni. Una rotazione così frequente ai vertici dell'esecutivo, che alcuni osservatori definiscono "una giostra istituzionale", riflette le profonde lacerazioni che caratterizzano la scena politica peruviana. Jerí, assumendo la carica ad interim, si è trovato a dover gestire un'eredità pesante, fatta di emergenze non risolte e di un malcontento popolare che ormai da tempo si manifesta nelle piazze.

La dichiarazione di guerra alla criminalità

Le prime dichiarazioni del neo presidente, le quali non si sono fatte attendere, hanno subito delineato una linea d'azione molto netta, concentrata su quella che è stata identificata come la priorità assoluta. "Il nemico principale è nelle strade: bande criminali e organizzazioni criminali", ha affermato Jerì, aggiungendo che "come nemici, dobbiamo dichiarare guerra alla criminalità". Un linguaggio marziale, il suo, che promette un impiego totale delle forze di sicurezza dello Stato. Per fronteggiare la minaccia, ha assicurato che verranno mobilitate la Polizia Nazionale e le Forze Armate, coinvolgendo, se necessario, tutte le altre istituzioni della Repubblica.

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