Perù al voto, la lunga giornata di Rho: oltre 30mila elettori chiamati a scegliere tra Fujimori e Sánchez
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Redazione Esteri
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Non è Lima, ma il Padiglione 5 di Fiera Milano Rho si trasforma oggi in un avamposto della democrazia peruviana, dove oltre 30mila cittadini – un numero che riecheggia l'affluenza record del primo turno – sono attesi per il ballottaggio che deciderà il prossimo inquilino del Palazzo del Governo.
La macchina organizzativa, frutto della sinergia tra il console Ana Teresa Lecaros e il sindaco Andrea Orlandi, si è messa in moto per gestire un flusso di elettori provenienti non solo dalla Lombardia, ma da tutto lo Stivale, pronti a esprimere la propria preferenza tra due candidati che rappresentano più di una semplice scelta politica, incarnando piuttosto due Perù opposti e irriconciliabili.
I seggi, aperti dalle sette alle diciassette, rappresentano l'ultimo atto di una campagna elettorale segnata da tensioni e da un clima di incertezza che, a dirla tutta, sembra essere l'unica costante della politica andina nell'ultimo decennio.
Un paese spaccato tra eredità autoritarie e promesse di cambiamento
L'ago della bilancia, in questo contesto di profonda polarizzazione, oscilla tra due figure antitetiche. Da un lato, c'è Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular e figlia dell'ex dittatore Alberto, la quale, dopo aver perso tre precedenti ballottaggi – rispettivamente nel 2011, 2016 e 2021 – torna alla carica per la quarta volta, forte di un'eredità pesante quanto controversa.
Dall'altro lato, si staglia la figura di Roberto Sánchez, esponente di Juntos por el Perú e paladino delle masse rurali, che raccoglie il testimone politico dell'encarcerato ex presidente Pedro Castillo, promettendo una svolta a sinistra che, inevitabilmente, ha già fatto tremare i mercati finanziari.
Se Sánchez cerca di capitalizzare il malessere delle periferie e delle regioni andine, spesso dimenticate dalle élite di Lima, Fujimori gioca la carta della sicurezza, cercando di sdoganare la propria immagine attraverso il ricordo, per quanto ambiguo, del decennio novanta, quando il padre sconfisse i senderisti e domò l'iperinflazione con pugno di ferro.
Riti, premonizioni e l'ombra della cronaca giudiziaria
Mentre la macchina logistica di Rho tentava di districarsi tra le code di elettori – alcuni dei quali giunti persino da Venezia e Bologna – a Lima, a margine della campagna elettorale, si è assistito a un fenomeno singolare che riflette la natura passionale e tribale della contesa. Su un lungomare della capitale, un gruppo di sciamani, in un tripudio di fiori, coca e cantici, ha eseguito rituali propiziatori per provare a leggere il futuro del paese.
I risultati, a dir poco, sono stati discordanti: mentre Juan de Dios Garcia ha sostenuto che sarà Fujimori a trionfare, sostenendo che il popolo chiede un cambiamento radicale nella gestione dell'ordine pubblico, la guaritrice Ana Maria Simeon ha invece puntato i suoi dollari su Sánchez, nonostante le ombre della corruzione che ne appannano l'ascesa.
Proprio su questo versante, la cronaca giudiziaria ha gettato un'ulteriore ancora di instabilità sulla competizione: alla vigilia del voto, un tribunale ha infatti ordinato che Sánchez venga processato per presunte irregolarità nel finanziamento delle campagne elettorali locali, un'accusa che il diretto interessato ha prontamente respinto definendola un tentativo di sabotaggio politico.
Numeri da capogiro e la sfida logistica nel cuore d'Europa
Il dato logistico, in una giornata come questa, assume una rilevanza quasi strategica. Considerando che gli aventi diritto al voto in Italia superano le 56mila unità, l'afflusso massiccio previsto a Rho – stimato appunto intorno ai 30mila votanti – ha richiesto un piano di sicurezza e ordine pubblico particolarmente articolato.
Molti di questi cittadini, come evidenziato da alcuni report, non sarebbero nemmeno tenuti al voto – dato che la residenza all'estero esenta solitamente dalla sanzione per l'astensione – eppure hanno scelto di compiere il viaggio, spesso lungo e faticoso, per consegnare la scheda nell'urna.
Padiglioni interamente allestiti a seggio, centinaia di mesi di votazione e un flusso costante di persone che si muovono tra i corridoi della fiera: lo scenario di Rho è lo specchio fedele di una nazione che, pur lontana migliaia di chilometri, trattiene il fiato in attesa di sapere se il prossimo presidente sarà il nono in dieci anni a giurare, cercando di rompere un ciclo di estromissioni, arresti e dimissioni forzate che ha logorato le istituzioni.




