Il Perù resta in apnea, il conteggio dei voti consegna una vittoria al fotofinish per Sánchez Palomino
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’ufficialità, se così si può definire in questa fase di stallo, arriva dall’Oficina Nacional de Procesos Electorales (ONPE) con un aggiornamento che ha del clamoroso: con il 95,979% delle schede scrutinate, Roberto Helbert Sánchez Palomino, il candidato di Juntos por el Perú, scavalca l’eterna sfidante di Fuerza Popular, Keiko Sofía Fujimori Higuchi, per un pugno di voti, fermandosi al 50,057% contro il 49,943% di quest’ultima. Il margine – che in termini assoluti si traduce in circa 20.221 preferenze, pari a 8 milioni 911 mila 541 voti contro 8.891.
320 – restituisce l’idea di una nazione spaccata esattamente a metà, dove ogni seggio elettorale sembra aver raccontato una storia opposta a quella del vicino.
Il sorpasso e il nervosismo di una contesa infinita
Si respira un’aria già vissuta, quella del 2021 quando Castillo riuscì nell’impresa di battere la figlia dell’ex presidente, se è vero che lo schema sembra ripetersi identico: nei primi exit poll, sostenuta dai voti pesanti di Lima e delle aree costiere più abbienti, Fujimori veleggiava tranquilla, forte anche dell’appoggio esplicito di tutta l’area moderata e dell’Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA).
E invece, come spesso accade nella geografia andina, la musica è cambiata quando sono arrivati i risultati delle zone rurali e interne, quelle dove la macchina della sinistra riesce a mobilitare un consenso più caloroso, riuscendo a ribaltare un passivo che sembrava ormai scritto.
La resa dei conti nell’inerzia giudiziaria
Dietro la freddezza dei numeri, però, si muovono dinamiche giudiziarie che non possono essere ignorate, soprattutto in un contesto dove la figlia di Alberto Fujimori – l’uomo che ha segnato il paese tra successi economici e ombre di violazioni dei diritti – ha tentato per la quarta volta la scalata al potere. Le carte sul tavolo, in questo senso, parlano di denunce e possibili ricorsi: l’ONPE stessa ha dovuto gestire centinaia di rapporti di contestazione, con migliaia di atti già trasmessi alle autorità competenti per presunti brogli o irregolarità.
Nessuna delle due parti, in questo momento di stallo, sembra intenzionata a lasciare campo libero all’avversaria, e la battaglia si sta spostando inevitabilmente sul piano legale, con la revisione dei verbali osservati che potrebbe prolungare l’agonia elettorale per settimane.
Le crepe del paradosso peruviano
Ma c’è un’altra partita, più silenziosa ma altrettanto cruciale, che si gioca mentre i tecnici dell’Onpe continuano a spulciare i numeri. Se il paese mostra all’Europa e al cosiddetto “Sistema Italia” fondamentali macroeconomici invidiabili – con una burocrazia finanziaria capace di resistere alle turbolenze – dall’altro lato questa cronica instabilità politica rischia di trasformarsi in una forza centrifuga capace di allontanare quei capitali esteri diversificati.
La paura, per gli analisti, è che Lima finisca per scivolare in un’eccessiva dipendenza commerciale da Pechino: un’iperspecializzazione che, se non bilanciata da investimenti occidentali, rischierebbe di trasformare il gigante sudamericano in un semplice ingranaggio della macchina cinese, senza quella crescita qualitativa che ci si aspetterebbe da riserve minerarie tanto ricche.




