Trump cancella le sanzioni sul petrolio russo, una deroga di trenta giorni per arginare la crisi dei prezzi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Casa Bianca ha deciso di allentare la pressione su Mosca, e lo ha fatto con un colpo di spugna temporaneo ma dagli effetti dirompenti. Donald Trump, spinto dall'urgenza di calmierare i prezzi dell'energia dopo il blocco navale imposto nel Golfo Persico, ha firmato una deroga che consente ai Paesi di tutto il mondo di acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare, circumnavigando di fatto le restrizioni finanziarie fin qui imposte dal G7. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha parlato di una misura "mirata e di breve periodo" – durerà fino all'11 aprile – giustificandola con la necessità di aggiungere centinaia di milioni di barili a un mercato globale andato in tilt dopo l'inizio delle ostilità con l'Iran.

La mossa unilaterale di Washington e il plauso di Mosca

La decisione, comunicata dal Dipartimento del Tesoro, riguarda il greggio e i prodotti petroliferi imbarcati prima del 12 marzo e che, a causa delle sanzioni, navigavano a vuoto senza riuscire a trovare compratori. Un quantitativo stimato intorno ai centotrenta milioni di barili, una massa enorme di risorse che improvvisamente torna commerciabile. Bessent ha tentato di minimizzare l'impatto economico per il Cremlino, sostenendo che la maggior parte delle entrate di Mosca derivi dalle tasse sull'estrazione e non sulla vendita del greggio già estratto, ma l'analisi di diversi esperti citati dalla stampa internazionale smentisce questa ricostruzione: secondo il Financial Times, l'operazione potrebbe fruttare alla Russia circa 4,9 miliardi di dollari aggiuntivi entro la fine del mese.

Al Cremlino, ovviamente, non è sfuggito il significato della mossa. Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha accolto la notizia con un cauto ottimismo, dichiarando che gli interessi di Russia e Stati Uniti sulla stabilizzazione dei mercati energetici "coincidono". Peskov, pur ricordando che Washington non ha intenzione di rimuovere in via permanente le sanzioni, ha sottolineato un concetto chiave per la narrativa russa: senza volumi significativi di petrolio di Mosca, qualsiasi tentativo di raffreddare i prezzi è destinato a fallire. Una presa d'atto che suona come una rivendicazione del ruolo centrale della Federazione nell'equilibrio energetico globale, nonostante il conflitto in Ucraina.

La ferma opposizione dell’Europa e il monito di Zelensky

Dall'altra parte dell'Atlantico, la reazione è stata di netta chiusura. La portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho, ha ribadito con fermezza che le sanzioni Ue e il price cap sul greggio russo "rimangono validi", sottolineando come non sia questo il momento di fare sconti a Mosca, che non può diventare la beneficiaria indiretta della guerra in Iran. La linea europea, per ora, è blindata: la deroga concessa dagli Stati Uniti è circoscritta al petrolio già in viaggio e non costituisce un precedente per Bruxelles.

Ancora più duro il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che ha parlato di una decisione unilaterale "molto preoccupante" perché incide direttamente sulla sicurezza europea. Aumentare la pressione su Vladimir Putin, ha spiegato Costa, è l'unica leva per costringerlo a negoziati seri, mentre indebolire le sanzioni significa semplicemente fornire a Mosca risorse fresche per proseguire l'aggressione all'Ucraina. Dello stesso avviso il cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo il quale l'allentamento delle misure è "sbagliato" a prescindere dalle motivazioni, visto che il problema attuale non è la scarsità di offerta ma il prezzo, e che la priorità resta impedire alla Russia di sfruttare la crisi in Medio Oriente per riarmarsi.

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