Inflazione Pce in calo a giugno, primo ribasso mensile dal 2020. Pil Usa sotto le attese

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Redazione Economia Redazione Economia   -   New York, 30 luglio – Per la prima volta dopo oltre sei anni, l'inflazione Pce ha registrato un segno meno su base mensile. A giugno, l'indice dei prezzi per le spese per consumi personali – l'indicatore che la Federal Reserve segue con maggiore attenzione per orientare le proprie scelte di politica monetaria – è sceso dello 0,1% rispetto al mese precedente, segnando il primo calo mensile dall'aprile del 2020.

Un dato che, seppur atteso da alcuni osservatori, ha assunto un peso particolare in una giornata caratterizzata da una pubblicazione ben più deludente: il prodotto interno lordo del secondo trimestre, la cui crescita ha mancato le stime per un margine piuttosto ampio.

I numeri del secondo trimestre: Pil in frenata, prezzi in decelerazione

La lettura preliminare del Pil statunitense relativa al periodo aprile-giugno ha fatto registrare un'espansione dell'1,5% su base annualizzata, un risultato che si colloca ben al di sotto del +2,0% pronosticato dal consensus degli economisti e della precedente rilevazione del +2,1%. La frenata della crescita, che arriva dopo un avvio d'anno più vivace del previsto, trova una delle sue spiegazioni principali nel clima di incertezza generato dalle tensioni geopolitiche, in particolare dal prolungarsi del conflitto con l'Iran.

Sul fronte dei prezzi, invece, le notizie appaiono contrastanti ma sostanzialmente orientate verso un rallentamento. L'indice core Pce, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, ha mostrato un incremento del 3,3% su base annua – in linea con le attese ma in calo rispetto al 3,4% del mese precedente – mentre la variazione mensile si è attestata a +0,1%, inferiore al +0,2% previsto e nettamente sotto il precedente +0,3%.

La tregua con l'Iran e l'effetto sul greggio

Il dato negativo dell'inflazione Pce a giugno, sebbene circoscritto a un singolo mese, è stato determinato principalmente dal crollo dei prezzi del petrolio. La temporanea tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran nelle settimane precedenti ha infatti allentato le tensioni sul versante dell'offerta, contribuendo a ridurre il costo delle materie prime energetiche e, di riflesso, l'intero paniere dei beni e servizi che compongono l'indice dei consumi personali.

Una dinamica, quella della discesa del greggio, che ha finito per compensare parzialmente le pressioni inflazionistiche ancora presenti su altri comparti, a cominciare dai servizi, dove i rincari restano ostinatamente elevati. Va però notato che, al netto dell'effetto energia, il quadro rimane complesso: il core Pce continua a viaggiare a un ritmo superiore al target del 2% fissato dalla Fed e, nonostante il lieve miglioramento, la distanza da quell'obiettivo resta ancora notevole.

Consumi personali e reazioni dei mercati

Sul fronte della domanda interna, i consumi personali reali hanno registrato a giugno un aumento dello 0,3%, leggermente al di sotto del +0,4% atteso dagli analisti, ma in linea con il dato di maggio che è stato peraltro rivisto al rialzo portandolo proprio a +0,4%. Un segnale che indica come la spesa delle famiglie stia tenendo, seppur con qualche segno di affaticamento, in un contesto di tassi d'interesse elevati e di inflazione ancora superiore alla media storica. L'insieme dei dati diffusi nel pomeriggio di New York ha acceso un dibattito piuttosto vivace tra gli operatori.

Da un lato, la crescita inferiore alle attese alimenta i timori di un raffreddamento più marcato dell'economia americana; dall'altro, il rallentamento dell'inflazione – seppur moderato – riapre scenari su una possibile pausa nei rialzi dei tassi da parte della Fed. A testimonianza della confusione regnata sui mercati, l'euro ha faticato a trovare una direzione chiara nei confronti del dollaro, mentre i Treasury hanno proseguito la loro corsa al rialzo, con i rendimenti che hanno toccato livelli che non si vedevano dal 2007.

La Fed tra dati contrastanti e attese future

Il quadro che emerge dalla giornata di ieri è quello di un'economia americana che viaggia su due binari paralleli e, in parte, contraddittori. Il Pil frena più del previsto, l'inflazione core arranca verso il basso ma a un ritmo giudicato insoddisfacente, e i consumi mostrano segnali di tenuta. Un mosaico che rende particolarmente complessa la posizione dei banchieri centrali di Washington, divisi tra la necessità di non soffocare la crescita con ulteriori inasprimenti monetari e l'esigenza di non abbassare la guardia su un'inflazione che, pur in calo, si dimostra ancora appiccicosa.

La riunione del Federal Open Market Committee di fine luglio, con il contestuale aggiornamento delle proiezioni macroeconomiche, si preannuncia come un appuntamento cruciale per capire se i dati di giugno rappresentino l'inizio di una tendenza più strutturale o semplicemente una pausa nel lungo cammino di rientro dell'inflazione. Il mercato del lavoro, che continua a dare segni di vitalità, resta l'altra variabile determinante: finché l'occupazione terrà, la Fed potrà permettersi di attendere ulteriori conferme prima di allentare la presa.

Il primo calo mensile dell'indice Pce dopo sei anni rappresenta senza dubbio un passo nella giusta direzione, ma non basta ancora a dichiarare chiusa la partita contro il caro-prezzi.

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