Epatite A, i numeri salgono al Cotugno ma i medici escludono l’epidemia tra le pieghe del contagio

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il bilancio dei ricoveri legati all’epatite A continua a salire all’ospedale Cotugno di Napoli, il presidio infettivologico di riferimento per l’intera area metropolitana, dove i pazienti ricoverati sono passati da 50 a 53 nell’arco di poche ore; a questi si aggiungono altre nove persone attualmente in osservazione nel pronto soccorso, in attesa di una valutazione clinica definitiva. Una crescita che, se da un lato alimenta la preoccupazione tra la popolazione, dall’altro viene costantemente ridimensionata dai sanitari, i quali parlano di numeri “sopra la norma” ma non tali da configurare una vera e propria epidemia. A spiegare il fenomeno è Raffaele Di Sarno, responsabile del pronto soccorso infettivologico della struttura, che sottolinea come l’impennata dei casi sia un evento atteso nel periodo post-natalizio, storicamente legato al consumo di frutti di mare crudi, ma che quest’anno ha assunto dimensioni superiori al previsto senza però presentare criticità nei quadri clinici.

I numeri del contagio e il profilo dei pazienti ricoverati

L’analisi dei dati provenienti dal Cotugno rivela un campione abbastanza omogeneo: i pazienti hanno infatti un’età compresa prevalentemente tra i 30 e i 40 anni e, rassicurano i medici, presentano forme di epatite non complicate, sebbene in fase acuta. Nessuno di loro, al momento, desta particolare preoccupazione per quanto riguarda l’evoluzione della malattia, un aspetto, questo, che ha spinto la direzione sanitaria a escludere situazioni di emergenza anche a fronte di un afflusso costante di nuove diagnosi. La situazione, tuttavia, non riguarda esclusivamente il capoluogo campano: segnalazioni di casi, seppur numericamente inferiori, sono emerse anche in Calabria, in particolare tra Cosenza e Catanzaro, dove si contano una decina di episodi sospetti o confermati. In alcuni di questi contesti, come riferito dalle autorità locali, il quadro epidemiologico appare ancora in fase di definizione, con accertamenti in corso per ricostruire la catena del contagio.

Le indagini sulle cause: dai mitili ai controlli sulle acque

La trama epidemiologica che ha portato a questa impennata di casi si intreccia inevitabilmente con le abitudini alimentari. Il consumo di frutti di mare crudi, e in particolare di mitili, rappresenta l’ipotesi principale attorno a cui ruotano le indagini dei carabinieri del Nas e dell’Istituto zooprofilattico di Portici, dove i prelievi effettuati negli stabilimenti di mitilicoltura hanno restituito alcuni esiti positivi al virus. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata non solo sui molluschi, ma anche sulla possibilità di contaminazione incrociata attraverso frutta e verdura non adeguatamente lavata, sebbene i controlli su quest’ultima filiera abbiano finora dato esito negativo. A rafforzare il quadro di rassicurazione per i cittadini è intervenuto il direttore generale di Abc (Acqua Bene Comune), Sergio De Marco, il quale ha voluto chiarire con un comunicato ufficiale che l’acqua potabile distribuita nella rete idrica di Napoli non costituisce un veicolo di trasmissione del virus. De Marco ha spiegato che le fonti di approvvigionamento sono sotterranee e naturalmente protette, e che i continui trattamenti di disinfezione con ipoclorito di sodio e biossido di cloro rendono estremamente improbabile, se non impossibile, la presenza di contaminanti virali nell’acqua che esce dai rubinetti.

La risposta sanitaria tra vaccinazioni e divieti alimentari

Di fronte a questa recrudescenza dei contagi, la macchina della prevenzione si è messa in moto su più livelli. Da un lato, la Regione Campania ha disposto il potenziamento dell’offerta vaccinale gratuita, rivolta in particolare ai soggetti fragili, agli operatori del settore alimentare e al personale sanitario, categorie considerate a maggior rischio di esposizione. Dall’altro, si è assistito a una proliferazione di ordinanze sindacali nei comuni dell’area metropolitana di Napoli, ma anche in province come Benevento e Avellino, che impongono il divieto assoluto di somministrazione di frutti di mare crudi nei pubblici esercizi, una misura che mira a interrompere la catena del contagio in attesa che le indagini facciano piena luce sulla provenienza dei lotti contaminati. I riflessi di questa emergenza si stanno facendo sentire anche nel commercio al dettaglio, dove il crollo degli acquisti di molluschi ha acceso un campanello d’allarme tra i pescivendoli e la grande distribuzione, nonostante il prodotto tracciato e ben cotto rimanga considerato sicuro per il consumo.

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