La Campania fuori dal piano di rientro, Fico annuncia nuove strutture: la sanità territoriale prova a rialzarsi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga parentesi del piano di rientro, una procedura che per quasi vent’anni ha vincolato la spesa e condizionato le scelte strategiche della Regione Campania, si è ufficialmente chiusa. Il ministero della Salute, al termine del tavolo di verifica con il Mef, ha accolto la richiesta di uscita dalla procedura straordinaria, valutando positivamente i risultati raggiunti. Un’analisi, quella condotta dal dicastero, che ha preso in esame gli esiti delle verifiche intermedie svolte nel 2025, concentrandosi in particolare su tre nodi ritenuti cruciali: l’effettivo miglioramento dei programmi di screening oncologico, il potenziamento dei posti letto nelle Rsa, e la dimostrazione tangibile del consolidamento dei dati relativi alla corretta erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

Proprio mentre si archiviava questo capitolo, segnato da decenni di commissariamenti e sacrifici economici, la giunta regionale ha varato un nuovo pacchetto di interventi per provare a ricucire il tessuto della sanità diffusa. Il presidente della Regione, intervenendo al termine della riunione, ha parlato di un ulteriore tassello nella costruzione di una rete territoriale più estesa, capace di intercettare quei bisogni di prossimità che il modello ospedalocentrico, per sua natura, fatica a soddisfare. Ventitré nuove strutture – tra case e ospedali di comunità – andranno ad aggiungersi alle sedici già attivate nello scorso gennaio: numeri che, nelle intenzioni di chi li ha presentati, dovrebbero tradursi in una minore pressione sui pronto soccorso e in un filtro più efficace per le cronicità.

Se sul piano amministrativo la Campania celebra dunque una sorta di riappropriazione della propria autonomia gestionale, sul terreno della realtà operativa il quadro appare più sfumato. C’è chi, in particolare nel comprensorio dell’Agro nocerino-sarnese, guarda con cautela a questi annunci, ricordando che il traguardo formale della “normalità” non cancella di colpo i ritardi accumulati. Un comitato spontaneo, nato dalla fusione di diverse associazioni del territorio, ha lanciato un appello ai consiglieri regionali affinché si metta da parte lo spirito di appartenenza politica per firmare un patto istituzionale dedicato esclusivamente alla sanità locale. L’invito, caldeggiato dall’iniziativa denominata “Etica, Salute e Vivibilità”, arriva in un contesto di denuncia puntuale: disuguaglianze nell’erogazione dei servizi, opportunità di sviluppo ancora inespresse, e la percezione diffusa che le risorse disponibili non sempre viaggino alla stessa velocità delle necessità dei cittadini.

Sullo sfondo di queste dinamiche locali, l’uscita dal piano di rientro assume i contorni di una condizione necessaria ma non sufficiente. La verifica ministeriale ha certificato il consolidamento di alcuni dati, ma l’impressione che trapela dai comitati civici e dagli operatori del settore è quella di trovarsi di fronte a un bivio: da un lato, l’infrastruttura fisica delle nuove strutture (quelle ventitré case e ospedali di comunità) che promette di ampliare la maglia dell’assistenza; dall’altro, la necessità di colmare quel vuoto di coordinamento che, nei fatti, trasforma spesso le buone intenzioni in incompiute amministrative. La richiesta di un “patto” per l’Agro, del resto, fotografa proprio questa difficoltà: superare i campanili e gli steccati politici per far sì che i servizi arrivino davvero fino ai pazienti, senza che le risorse si disperdano lungo il percorso burocratico.

Il nodo della gestione ordinaria dopo il vincolo straordinario

La fine della procedura commissariale restituisce alla Campania la gestione ordinaria della spesa sanitaria, un potere che comporta una responsabilità immediata. Se il ministero ha accettato i numeri relativi ai Lea e ai posti letto, la sfida ora è quella di mantenere e migliorare quegli standard senza più la “gabbia” del piano di rientro come alibi o come giustificazione. I quasi vent’anni di rigore hanno lasciato sul campo un sistema che, secondo le voci raccolte nei territori come l’Agro nocerino-sarnese, mostra ancora squilibri profondi: reparti che aspettano ristrutturazioni annunciate da anni, e una distribuzione delle risorse che spesso penalizza le aree interne o periferiche rispetto ai grandi poli ospedalieri.

Case e ospedali di comunità, l’architettura del nuovo modello

L’approvazione in giunta delle ventitré nuove strutture rappresenta la risposta più concreta, sul piano urbanistico e organizzativo, alla strategia regionale. Si tratta di presidi che, nelle intenzioni, dovrebbero fungere da cerniera tra l’assistenza domiciliare e quella ospedaliera. Se le sedici attivate a inizio anno hanno già fornito una prima indicazione sulla sostenibilità del modello, il loro raddoppio solleva inevitabilmente interrogativi sulla capacità di reclutare il personale necessario e sulla tempistica reale delle aperture. A Nocera Inferiore e nei comuni limitrofi, dove il comitato civico chiede un patto politico trasversale, l’attenzione è tutta concentrata sulla velocità con cui queste nuove unità operative potranno tradursi in servizi effettivamente erogati, riducendo quelle “disuguaglianze” che gli stessi cittadini denunciano.

Le crepe nel sistema e la richiesta di unità politica

L’appello lanciato dal Comitato Etica, Salute e Vivibilità ha il merito di spostare l’attenzione dai proclami istituzionali alla micro-gestione dei servizi. Ritardi e opportunità ancora da cogliere: è questo il binomio che emerge dal basso, laddove l’efficienza del sistema si misura nella capacità di garantire un accesso equo alle cure. I consiglieri regionali del territorio sono chiamati a raccolta non per sostenere una maggioranza o un’opposizione, ma per firmare un accordo che prescinda dalle logiche di schieramento. Una richiesta che, al di là della retorica, sottende la consapevolezza che il piano di rientro non era l’unico ostacolo; spesso, a frenare la sanità nell’Agro, sono state le divisioni interne che hanno impedito di fare massa critica per rivendicare investimenti mirati.

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