"Papa Leone XIV non è la risposta a Trump", dicono i cardinali americani dopo il Conclave
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Redazione Interno
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L’elezione di Leone XIV, al secolo il cardinale Robert Francis Prevost, ha riacceso il dibattito sulle possibili implicazioni politiche di una scelta che, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere letta come un "segnale" all’America di Donald Trump. Ma i porporati statunitensi, intervenuti a margine del Conclave, hanno respinto con nettezza ogni interpretazione in chiave geopolitica. "Nessuno ha pensato che la nazionalità di Prevost fosse un fattore", hanno ribadito, sottolineando come la scelta del nuovo Pontefice sia maturata al di fuori di qualsiasi logica di contrapposizione.
Prevost, missionario per decenni in Perù e prefetto del Dicastero per i Vescovi dal 2023, ha costruito la sua reputazione su una linea pastorale attenta alle periferie, in particolare ai migranti. Un profilo che, se da un lato lo avvicina alle sensibilità progressiste, dall’altro non ne fa necessariamente un antagonista del mondo conservatore. Le sue origini, del resto, raccontano una storia complessa: nato negli Stati Uniti ma con radici che affondano in Europa, tra Piemonte, Liguria e Louisiana, dove il bisnonno Jacques Martino emigrò dall’Italia. Un retaggio che lo colloca al crocevia di culture diverse, senza che questo ne abbia mai definito l’agenda.
Le critiche più aspre, tuttavia, sono arrivate da Steve Bannon, ex stratega di Trump, che ha bollato l’elezione come "un voto anti-MAGA", riferendosi al movimento Make America Great Again. Secondo Bannon, Prevost sarebbe stato sostenuto da quelle stesse élite – il cosiddetto "Deep State" e "Deep Church" – contro cui Trump si è scagliato. Un’accusa che, però, non trova riscontro nelle dinamiche del Conclave, dove la scelta è caduta su un candidato privo di un profilo marcatamente politico.




