'Ndrangheta, novantasette arresti in Italia: il "cda della coca" e i legami con la politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un vero e proprio "consiglio d’amministrazione" della cocaina, con tanto di divisione dei ruoli e strategie per mantenere il monopolio del narcotraffico in Europa. È questa l’immagine che emerge dall’operazione Millennium, coordinata dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha portato all’arresto di novantasette persone tra boss, picciotti, broker della droga e persino esponenti politici. Le indagini, sviluppate su tre filoni principali – narcotraffico, infiltrazioni nella pubblica amministrazione e un cold case ancora irrisolto – hanno svelato un sistema criminale che, pur radicato in Calabria, estende i suoi tentacoli fino al Nord Italia e all’estero.

Tra gli arrestati figura anche un giovane ticinese, G. Z., 29 anni, residente a Como ma nato in Svizzera, accusato di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. La sua cattura rientra in uno dei filoni dell’inchiesta che dimostra come la ’ndrangheta, spesso considerata un fenomeno meridionale, operi ormai su scala transnazionale, gestendo flussi illeciti con la stessa precisione di un’azienda.

Ma ciò che colpisce, oltre al traffico di droga, è l’intreccio con la politica. Le intercettazioni rivelano dialoghi inequivocabili, come quello in cui si afferma: «Il patto col diavolo lo facciamo noi», riferendosi a presunti accordi tra cosche e candidati durante le regionali calabresi del 2020. Tra i nomi coinvolti spiccano quelli dei fratelli Giglio, Vincenzo e Mario, già condannati in passato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il primo, medico chirurgo, e il secondo, avvocato, sarebbero stati al centro di un sistema che utilizzava la sanità come merce di scambio per ottenere voti. «Sono professionisti – aveva raccontato il pentito Roberto Moio – e parecchie volte si sono portati alle elezioni».

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