Papa Leone XIV: l’esercizio della giustizia nella Chiesa sia ricerca della verità nella carità
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Redazione Esteri
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Non è un mero adempimento burocratico, né tanto meno la fredda applicazione di un codice. La giustizia, nell’alveo della Chiesa, deve configurarsi piuttosto come un autentico ministero, e in quanto tale al servizio del Popolo di Dio, e la sua amministrazione, per essere davvero tale, non può prescindere da una costante ricerca della verità, una verità che va però sempre vissuta e declinata nella carità. Lo ha ribadito con forza Papa Leone XIV, nel suo primo intervento formale dinanzi ai magistrati vaticani, in occasione della cerimonia di apertura del novantasettesimo Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, svoltasi questa mattina nell’Aula della Benedizione. Un discorso, il suo, che ha voluto fin da subito elevare lo sguardo oltre il tecnicismo delle norme, ancorando l’attività giurisdizionale ai principi teologici e filosofici che da sempre orientano la dottrina sociale della Chiesa.
Oltre il diritto positivo, verso un ordine della carità
Il Pontefice, citando espressamente Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, ha voluto ricondurre i presenti al nucleo autentico della riflessione cristiana sulla giustizia, che lungi dall’essere un semplice principio astratto, si configura come una virtù cardinale. “La giustizia autentica”, ha spiegato il Papa, “non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo”, perché nella prospettiva che scaturisce dalla missione stessa della Chiesa, essa appare piuttosto come l’esercizio di una “forma ordinata di carità”. Un’espressione, quest’ultima, che richiama la definizione agostiniana della giustizia come “ordinata dilectio”, ovvero amore rettamente ordinato, a sottolineare come l’ordine della società e delle relazioni umane non possa che nascere dall’ordine dell’amore. Solo quando l’amore è orientato al bene vero, quando Dio è al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua intrinseca dignità, ha argomentato il Santo Padre, allora l’intera vita, personale e comunitaria, ritrova il suo giusto orientamento e, da questo, germoglia l’ordine della giustizia.
Il fondamento tomista e il legame con la verità della persona
Nel suo ragionamento, Papa Leone XIV ha attinto a piene mani dalla dottrina tomista, ricordando come il Dottore Angelico, riprendendo a sua volta il diritto romano, definisse la giustizia come la volontà costante e perpetua di riconoscere a ciascuno il suo diritto, il *suum unicuique tribuendi*. Un’attribuzione, questa, che non può dipendere da interessi contingenti o mutevoli equilibri di potere, ma che affonda le proprie radici nella verità ontologica della persona, nella ricerca di quel bene comune al quale la giustizia, per sua natura, è ordinata. Ed è proprio in questo radicamento nella verità dell’essere che si salda il legame profondo, quasi inscindibile, tra la giustizia e la carità. La riflessione teologica, ha proseguito il Pontefice, ha sempre visto nella carità perfetta il compimento più autentico della giustizia, perché laddove non vi sia vera giustizia – cioè quel riconoscere all’altro quanto gli è dovuto – non può sussistere neppure un autentico diritto, e senza diritto viene meno la base per quella comunione fraterna che è il frutto più alto dell’amore cristiano. “La restaurazione della giustizia”, ha tuonato il Papa, “diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e principio di unità nella Chiesa”.
Garanzie processuali e credibilità istituzionale in Vaticano
Se la cornice teorica è stata elevata, la sua applicazione pratica non è stata affatto trascurata. Il Santo Padre, rivolgendosi a giudici, officiali e avvocati del Tribunale vaticano, ha avuto parole chiare anche sugli strumenti concreti attraverso i quali questa visione alta della giustizia deve tradursi in atti. Ha richiamato, in tal senso, l’importanza imprescindibile dell’osservanza delle garanzie procedurali, dell’imparzialità del giudice, dell’effettività del diritto di difesa e persino della ragionevole durata dei processi. Elementi, questi, che non rappresentano meri strumenti tecnici, ma costituiscono le condizioni stesse attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquisisce autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale, specialmente in un contesto peculiare come quello dello Stato della Città del Vaticano, la cui ragion d’essere è strumentale alla missione del Successore di Pietro e alla tutela della sua indipendenza. In quest’ottica, ha aggiunto il Papa citando nuovamente Agostino, lo Stato in cui non si ha giustizia non è neppure uno Stato, perché è la giustizia la virtù che distribuisce a ciascuno il suo, e un’amministrazione che se ne allontani mina alla base la propria credibilità.
Il processo come spazio di verità e ministero ecclesiale
Il processo, nella visione espressa da Leone XIV, cessa così di essere il mero teatro di uno scontro tra pretese contrapposte per divenire piuttosto uno spazio ordinato e, in un certo senso, sacro. Uno spazio nel quale, attraverso il confronto regolato dalle norme e l’intervento imparziale del giudice, il dissenso viene ricondotto a un orizzonte di verità e di giustizia. Un’attività, quella dei magistrati, che il Pontefice ha definito “discreta e silenziosa” ma di cruciale importanza non solo per il funzionamento dell’assetto istituzionale, ma per la credibilità stessa dell’ordinamento giuridico che lo regge. Ed è in questa prospettiva che l’esercizio della giustizia nella Chiesa acquista la sua fisionomia più propria: quella di un ministero, e non di una mera applicazione tecnica della norma. Un ministero che richiede, ha concluso il Papa, non solo ovvia competenza giuridica, ma anche sapienza, equilibrio e quella costante ricerca della verità nella carità che deve stare al cuore di ogni decisione, di ogni processo e di ogni giudizio, affinché il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventi davvero uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio.




