Ilaria Borgato, il dolore del padre: «Abbiamo provato in tutti i modi a salvarla»
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Redazione Interno
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Il Corpo senza vita di Ilaria Borgato, ventiquattro anni, è stato rinvenuto su un giaciglio di fortuna sotto i portici di piazza Gasparotto, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria di Padova, dove la giovane, originaria di Vigonza, aveva ormai trasferito la sua dimora, fatta di cartone e notti trascorse all'addiaccio. L'intervento dei soccorritori giunti sul posto non ha potuto che constatare l'irreparabile, sigillando una vicenda che, per chi l'ha conosciuta, rappresenta l'epilogo di un declino annunciato e lungamente combattuto. Un declino che suo padre, Gianni, racconta con la voce spezzata da un lutto reso ancor più amaro dalla percezione di un abbandono istituzionale, da quelle mani di psicologi e specialisti che, a suo dire, «l'hanno sempre lasciata andare via, quando lei si ribellava».
Un grido d'aiito inascoltato
La sua esistenza, infatti, era da sette anni un calvario in piena luce, una spirale autodistruttiva fatta di droghe, alcol e ripetuti tentativi di porre fine alla propria vita, che l'avevano condotta attraverso ricoveri in psichiatria e un dolore familiare costantemente tenuto a bada dalla flebile speranza di una redenzione. «Abbiamo sempre chiesto aiuto ma siamo sempre stati lasciati soli», afferma il padre, il quale sottolinea come la famiglia abbia fatto di tutto per sottrarre Ilaria al suo inferno interiore, affidandola a professionisti che, secondo il suo racconto, non sono riusciti a trattenerla quando più ferocemente la sua ribellione la spingeva lontano dalle cure. Alla fine, aveva preso l'abitudine di venire a Padova, era entrata in un nuovo giro di conoscenze e aveva finito per vivere stabilmente in strada, in quel quadrilatero attorno allo scalo ferroviario che, pochi giorni prima, aveva visto morire di stenti un clochard.
L'altarino spontaneo e la vita di strada
Per tutta la giornata di ieri, un via vai continuo di ragazzi, compagni di sventura che con Ilaria condividevano le giornate sul piazzale e le notti sotto i portici, ha reso omaggio alla sua memoria davanti a un albero trasformato in un improvvisato altarino, a testimonianza di una morte che non ha lasciato indifferenti quanti, in quella stessa area, provano a sopravvivere. Un gesto di umana solidarietà che stona con l'amarezza di una famiglia a cui, oggi, viene persino negata la possibilità di vedere il corpo della giovane, un ulteriore strattone in una tragedia che si consuma anche nelle pratiche burocratiche.
Uno scandalo per le coscienze
Quella di Ilaria Borgato non è, dunque, una morte qualsiasi, ma un evento che il padre definisce senza mezzi termini «uno scandalo per le nostre coscienze», l'ultimo, tragico atto di una «tragedia annunciata» che si è consumata in mezzo a una società spesso distratta. La sua fine, avvenuta in strada, getta una luce cruda sulle fragilità di un sistema che, secondo l'accusa lanciata dal genitore, non è stato in grado di intercettare e contenere un disagio profondo, lasciando che una vita si spegnesse nel luogo che era diventato, suo malgrado, la sua ultima casa.




