Ilaria, morta in strada tra l'indifferenza della città
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Redazione Interno
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Il freddo pungente di quelle prime ore del mattino avvolgeva, come un sudario di nebbia e indifferenza, le vie ancora assopite della città, dove si consumava un dramma silente, invisibile agli occhi frettolosi dei primi pendolari. Spesso, l’umanità si concentra sulle luci scintillanti delle vetrine e sui rumori chiassosi del giorno, dimenticando che anche nei margini, nelle ombre dei portici e negli angoli più nascosti, si svolge un’esistenza talvolta fragile e dolorosa. È lì, sotto i portici di piazza Gasparotto, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria di Padova, che Ilaria Borgato è stata trovata senza vita su un giaciglio di fortuna, la sua giovane vita stroncata a soli ventiquattro anni. Originaria di Vigonza, per sette anni aveva combattuto contro un inferno personale, una spirale autodistruttiva fatta di droghe, alcol e ricoveri in psichiatria, finché il suo corpo non ha ceduto, abbandonandosi a un destino che il padre, Gianni, non esita a definire “annunciato”.
Un altarino spontaneo e un dolore collettivo
Per tutta la giornata di ieri, l’albero davanti alla stazione, che chi l’aveva conosciuta ha trasformato in un commovente altarino, è stato meta di un viavai continuo. Ragazzi con cui Ilaria condivideva le giornate sul piazzale e le notti su un letto di cartone, hanno reso omaggio a una compagna di sventura, in un quadrilatero attorno allo scalo ferroviario che, come un palcoscenico di emarginazione, aveva già visto morire di stenti un clochard pochi giorni prima. La sua morte, dunque, non ha lasciato indifferenti coloro che, loro malgrado, provano a sopravvivere in quegli stessi luoghi, segnando una ferita aperta in un tessuto sociale già provato.
L’accusa di un padre: “Abbiamo chiesto aiuto invano”
A emergere con forza è il j’accuse lanciato dal padre, il quale, con parole cariche di una sofferenza che traspare ogni singola sillaba, racconta di richieste d’aiuto inascoltate e di un abbandono percepito come totale. «Lo sapevo che finiva così», ha dichiarato, dipingendo un quadro di solitudine istituzionale di fronte alla complessità di una figlia il cui percorso, costellato da tentati suicidi e ricoveri, era ormai segnato da un’evidente fragilità. La sua esistenza, da tempo, si era ridotta a vivere di espedienti nella zona della stazione, in un alternarsi di momenti “troppo accesi o troppo spenti”, lontana dalla sua casa d’origine ma non dalla mente di una famiglia che si è sentita lasciata sola a gestire un dramma più grande di lei.
Le dinamiche e l’intervento dei soccorsi
I soccorritori del 118, intervenuti nel pomeriggio di venerdì, non hanno potuto che constatare il decesso, trovandola ormai senza respiro. Le cause della morte, al momento, non sono state esplicitate, mentre l’attenzione si concentra sulle circostanze che hanno portato al tragico epilogo, un fatto di cronaca che scuote le coscienze e interroga, senza bisogno di retorica, sulle responsabilità di una società che fatica a prendersi cura dei suoi membri più deboli. La sua storia, come altre, rimane a ricordare le esistenze che scivolano tra le crepe dell’indifferenza, finendo per consumarsi nell’ombra.




