Cannabis light, il Consiglio di Stato si ferma e interroga la Corte Ue: "Il Cbd non è stupefacente"
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Redazione Interno
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La guerra alla cannabis light si sposta a Lussemburgo. Il Consiglio di Stato, con l'ordinanza numero 6202/2026 pubblicata il 3 agosto, ha deciso di sospendere il giudizio sull'appello presentato da Imprenditori Canapa Italia (Ici) e di rimettere la questione alla Corte di giustizia dell'Unione europea. Nel mirino dei giudici di Palazzo Spada finisce il decreto del ministero della Salute del 27 giugno 2024, che ha inserito le composizioni a base di cannabidiolo (Cbd) per uso orale nella Tabella dei medicinali, sezione B, sottoponendole a un regime fortemente restrittivo.
Al centro della disputa, un nodo giuridico e scientifico che il sistema Italia non è ancora riuscito a sciogliere: il Cbd, principio attivo non psicotropo della canapa, può essere equiparato a uno stupefacente, oppure è un composto innocuo la cui commercializzazione rientra nella piena legalità?.
I dubbi del Consiglio di Stato: cinque quesiti per l'Europa
Il Collegio di Palazzo Spada ha ritenuto "sussistenti, nei termini prospettati da Ici, rilevanti dubbi sulla compatibilità di tale disciplina con il diritto dell'Unione europea", e per questo ha sottoposto alla Corte di giustizia cinque questioni pregiudiziali. I giudici chiederanno se l'inserimento delle composizioni contenenti Cbd nella Tabella dei medicinali costituisca una misura equivalente a una restrizione quantitativa alla libera circolazione delle merci, in violazione degli articoli 34 e 36 del Trattato sul funzionamento dell'UE.
Dovranno inoltre valutare se il principio di precauzione possa giustificare una misura così restrittiva in assenza di effetti psicotropi accertati e sulla base di un rischio soltanto potenziale, e se il principio di proporzionalità osti a un regime generalizzato che non distingue i prodotti in funzione della loro effettiva composizione. Nell'ordinanza, il Consiglio di Stato osserva che il Cbd, considerato isolatamente, non presenta effetti psicotropi né prove accertate della capacità di indurre dipendenza.
Il collegio evidenzia inoltre che la misura adottata determina una significativa restrizione dei canali distributivi e l'esclusione dei prodotti dai normali circuiti commerciali, con effetti potenzialmente impeditivi sull'accesso al mercato. Particolarmente rilevante, come sottolineato dagli stessi imprenditori, è il passaggio in cui il Consiglio di Stato rileva che gli effetti posti alla base della misura ministeriale "non risultano accertati in maniera univoca, ma sono riconducibili a ipotesi di rischio potenziale".
Secondo il Collegio, lo stato attuale della conoscenza scientifica non presenta un livello di evidenza tale da giustificare senza riserve una misura di così forte impatto.
La genesi del decreto e la guerra trasversale alla canapa
La vicenda giudiziaria affonda le radici in un provvedimento che attraversa diversi governi e maggioranze. Il decreto ministeriale che oggi finisce sotto la lente della Corte Ue, infatti, fu originariamente concepito nel 2020, quando al ministero della Salute sedeva l'esponente dem Roberto Speranza. In piena pandemia, il suo dicastero approvò il testo per limitare la vendita del Cbd ad uso orale, equiparandolo a un farmaco da prescrizione.
Il provvedimento venne sospeso dopo poche settimane, senza entrare in vigore, anche a seguito delle pressioni di alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle che ne sottolinearono l'"insensatezza" per una sostanza priva di effetti psicoattivi. A scongelare il decreto, anni dopo, fu il ministro della Salute Orazio Schillaci, che il 27 giugno 2024 firmò un testo analogo a quello del suo predecessore. Da quel momento, le associazioni di categoria hanno dato vita a una battaglia legale che ha portato a tre sospensioni cautelari e, infine, al rinvio alla Corte europea.
Non si tratta, dunque, di una posizione ascrivibile a un singolo schieramento politico: la guerra alla cannabis light, come dimostra l'iter del provvedimento, è stata trasversale.
Un settore da 500 milioni e 30mila posti di lavoro in bilico
La posta in gioco è imponente. Secondo le stime di settore, in Italia il comparto della canapa light conta circa 3.000 aziende e dà lavoro a 30.000 persone, con un fatturato annuo che si aggira intorno ai 500 milioni di euro. Un'economia che ha subito un duro colpo con l'approvazione del decreto Sicurezza dell'aprile 2025, che ha ulteriormente inasprito le restrizioni alle infiorescenze e ai derivati della canapa, ma che ora potrebbe trovare un parziale riscatto proprio dalla pronuncia della Corte di Lussemburgo.
Le associazioni di categoria, che hanno sempre sostenuto la necessità di regole chiare e basate su dati scientifici concreti, accolgono con favore il rinvio pregiudiziale. Raffaele Desiante, presidente di Imprenditori Canapa Italia, ha dichiarato che, nonostante le difficoltà e i ridimensionamenti, la maggior parte delle aziende ha scelto di continuare a difendere il lavoro costruito in questi anni, anche se alcune hanno già trasferito parte delle attività all'estero per operare in Paesi con regole più chiare.
A sostegno delle ragioni della filiera, nel giudizio è intervenuta anche Coldiretti, la Confederazione nazionale degli agricoltori.
Il precedente del 2020 e l'attesa per la pronuncia della Corte Ue
La decisione del Consiglio di Stato si inserisce in un percorso giurisprudenziale già tracciato a livello europeo. Nel 2020, la stessa Corte di giustizia dell'Unione europea, chiamata a pronunciarsi su un caso francese, stabilì che il Cbd estratto dalla pianta di canapa, privo di effetti psicotropi, non può essere considerato uno stupefacente e rientra nella libera circolazione delle merci.
Quel precedente, destinato a pesare sul giudizio relativo al modello italiano, era già stato richiamato da alcuni europarlamentari in un'interrogazione alla Commissione, nella quale si sollevavano dubbi sulla compatibilità del decreto italiano con il diritto comunitario. Ora, la Corte dovrà esprimersi nuovamente, fornendo un'interpretazione vincolante dei principi europei coinvolti. La decisione definitiva sull'appello presentato da Ici sarà assunta dal Consiglio di Stato solo successivamente, alla luce delle indicazioni che proverranno da Lussemburgo.
Nel frattempo, il settore attende, con la consapevolezza che una eventuale bocciatura delle norme italiane costringerebbe il governo a rivedere radicalmente la propria impostazione, riportando nel perimetro della piena legalità una filiera che fino a oggi è stata costretta a convivere con un limbo normativo fatto di sequestri, denunce e assoluzioni.
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