Gli Stati Uniti negoziano bombardando Kharg e l’Iran risponde con la mobilitazione totale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le fiamme divampate sull’isola di Kharg, lo snodo strategico per lo smistamento del petrolio iraniano che da solo vale circa la metà delle entrate dello Stato, hanno illuminato una notte di guerra che non accenna a placarsi. Cinquanta obiettivi, secondo i conteggi del Wall Street Journal, sono stati centrati dall’esercito americano in una delle operazioni più massive degli ultimi tempi: bunker, stazioni radar e depositi di munizioni sono saltati in aria, riducendo in macerie ciò che rimaneva delle difese militari nella regione. Si tratta di un’escalation che prosegue senza sosta dal 13 marzo, quando gli Usa hanno dato il via a una campagna sull’isola che i funzionari definiscono il “cuore pulsante” dell’industria energetica persiana, e che nelle ultime ore ha subito un’ulteriore intensificazione. Non è solo una questione di capacità bellica, ma di logica negoziale: sul tavolo c’è l’ultimatum di Donald Trump – che sventola la minaccia di far sprofondare un’intera civiltà nell’età della pietra – per la riapertura dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per i flussi petroliferi globali che Teheran continua a bloccare o a rendere insidioso con mine e droni.

L’assedio alla “crown jewel” e lo scontro sulle infrastrutture

Kharg non è un bersaglio qualsiasi, e i vertici militari di Washington lo sanno bene: da qui transita la stragrande maggioranza del greggio esportato dall’Iran, una risorsa che, nonostante le sanzioni e i bombardamenti, ha visto aumentare i ricavi dello scorso marzo, superando i quattro miliardi di dollari mensili. I raid americani, che mirano a “decapitare” la capacità logistica senza colpire i pozzi (almeno per ora), hanno incontrato una replica immediata da parte delle autorità di Teheran, le quali hanno già avvertito che qualsiasi ulteriore attacco alle infrastrutture energetiche verrà ripagato con la distruzione degli impianti petroliferi degli alleati degli Stati Uniti nella regione. Sul fronte interno, la risposta è affidata alla mobilitazione psicologica e fisica: come dichiarato ufficialmente, l’intero popolo si dice pronto al sacrificio, un messaggio di resilienza che mira a controbilanciare la superiorità tecnologica americana. Tuttavia, le immagini che arrivano dal territorio raccontano anche di un’altra verità, quella dei danni collaterali che sfuggono al controllo delle sale operative.

Cronaca di una guerra totale: il prezzo pagato da Teheran e Pardis

Se i riflettori sono puntati sull’isola petrolifera, gli attacchi combinati – perché a fianco degli Usa si muovono anche le forze israeliane – hanno colpito duro nel cuore civile del paese. A Teheran, nel quartiere di Pardis, un palazzo residenziale è stato ridotto in un cumulo di macerie; tra le macerie i servizi di emergenza hanno estratto per ore decine di corpi, e il bilancio, purtroppo, include tre bambini morti sotto le bombe. La guerra, insomma, ha smesso di essere un fatto astratto per i cittadini comuni, come dimostra l’attacco alla linea ferroviaria di Karaj, dove i soccorritori della Mezzaluna Rossa sono stati ripresi mentre portavano via i feriti in barella. Non solo: secondo le segnalazioni delle agenzie locali, una serie di raid ha distrutto un ponte ferroviario a Kashan (con almeno due vittime accertate), una stazione ferroviaria a Mashhad e un ponte autostradale nei pressi di Tabriz, paralizzando di fatto le comunicazioni tra i maggiori centri urbani. Ogni colpo sembra studiato per disarticolare la rete logistica del paese, colpendo ciò che tiene in vita l’economia e lo spostamento delle truppe.

L’ultimatum di Trump e la logica della forza

L’operazione su Kharg, che secondo i comunicati ufficiali ha distrutto depositi di munizioni e sistemi radar senza intaccare le strutture petrolifere (una scelta che lascia intendere una precisa strategia di pressione graduale), arriva a poche ore dallo scadere di un altro ultimatum. Donald Trump, che siede nuovamente alla Casa Bianca da oltre un anno e ha fatto della durezza con Teheran un cavallo di battaglia, ha giocato il tutto per tutto sul tavolo dello Stretto di Hormuz: se l’Iran non riaprirà il passaggio alle navi, ha avvertito, le conseguenze saranno catastrofiche. Ma c’è un paradosso evidente in questa danza di distruzione e trattative. Mentre i bombardieri solcano il cielo del Golfo Persico, le diplomazie parallele (quelle non gridate nei comizi) continuano a cercare un varco, anche se le dichiarazioni dei leader iraniani sembrano escludere una resa incondizionata. La mobilitazione annunciata – quella che parla di un popolo “pronto al martirio” – è il contraltare psicologico alle bombe a grappolo cadute sull’isola del tesoro nero, in un equilibrio instabile dove ogni attacco rischia di rendere vano qualsiasi tentativo di distensione. Quel che è certo, osservando le fiamme che ancora illuminano Kharg e le barelle che trasportano feriti a Karaj, è che il conto salato di questa strategia lo stanno pagando, ancora una volta, i più deboli.

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