Usa e Iran negoziano in Oman tra minacce e un fragile dialogo
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Redazione Esteri
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Alle sette di questa mattina, ora italiana, si sono aperti in Oman i colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran, primi da quando, nel giugno scorso, il bombardamento di installazioni nucleari iraniane da parte americana fece temere il precipitare della cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Un contesto, questo, che rende l’incontro di Muscate tanto delicato quanto necessario, visto che le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale non esclude un’offensiva militare, e quelle del governo di Teheran, che si definisce “pronto” a difendersi, disegnano un orizzonte carico di tensione. La diplomazia, in tale frangente, tenta una via d’uscita che appare strettissima, mentre l’intera regione osserva con un apprensione che ieri sera ha spinto Israele ad anticipare una riunione di gabinetto e che vede la Turchia di Erdogan premere, invece, per una de-escalation.
Il piano in cinque punti e le divergenze di partenza
Sul tavolo delle discussioni, come riportato, verrebbe lavorato un piano strutturato in cinque punti, un quadro negoziale che cerca di contenere posizioni di partenza assai distanti. Da un lato, infatti, l’Iran intende concentrare i negoziati esclusivamente sul dossier nucleare, mirando forse a rivitalizzare l’accordo del 2015 dopo le recenti devastazioni. Dall’altro, gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump che ha ripetutamente criticato quel patto, vorrebbero includere nel perimetro del dialogo anche la questione, spinosissima, dei missili balistici a lunghissimo raggio, la cui detenzione da parte iraniana rappresenta un elemento potenzialmente cruciale nell’ipotesi, sempre meno remota, di un conflitto aperto. Sono proprio questi vettori, del resto, a costituire una minaccia diretta per gli alleati regionali di Washington e a porre seri interrogativi sulla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz.
Le dichiarazioni a muso duro prima del faccia a faccia
Poche ore prima dell’inizio del bilaterale, il ministro degli Esteri iraniano ha voluto marcare con forza la posizione del suo paese, incontrando l’omologo omanita e dichiarando, in una frase che è suonata come un avvertimento, che la Repubblica Islamica è pronta a difendersi da “qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo” statunitense. Un tono che, se da una parte ribadisce l’intenzione di usare la diplomazia per proteggere gli interessi nazionali, come ha sottolineato il ministro, dall’altro lascia trasparire una sostanziale diffidenza verso le intenzioni della controparte. L’Oman, tradizionale mediatore silenzioso in queste complesse partite, ospita dunque un negoziato il cui esito è tutt’altro che scontato, mentre le agenzie di stampa diffondono l’immagine dei due diplomatici seduti al tavolo con le bandiere dei rispettivi paesi, simbolo di una formalità che deve ancora tradursi in sostanza.
Il peso degli eventi passati e l'incognita del futuro prossimo
Il recente passato, con i raid e le rappresaglie che hanno costellato i mesi scorsi, grava in maniera inevitabile su questo tentativo di dialogo, rendendo ogni parola misurata e ogni silenzio carico di significato. La trattativa, che si spera possa evitare un’ulteriore spirale di violenza, dovrà affrontare non solo le oggettive divergenze tecniche sul nucleare e sull’arsenale missilistico, ma anche la profonda sfiducia politica accumulata in anni di sanzioni, accuse e operazioni militari più o meno coperte. L’attenzione internazionale è quindi concentrata sulla capitale omanita, dove si decide non solo il rapporto bilaterale tra due storici antagonisti, ma anche l’assetto di sicurezza di un’intera area geografica, da tempo logorata da conflitti e instabilità.




