Usa-Iran, i colloqui in Oman non sciolgono le tensioni nonostante il ritorno al dialogo
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Redazione Esteri
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Nel silenzio ovattato dei palazzi reali dell’Oman si è consumata l’ennesima delicata danza diplomatica, la prima dall’insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, che ha visto le delegazioni di Washington e Teheran tornare a parlare, seppur in forma indiretta, di un possibile accordo. Il mondo osserva, mentre gli iraniani restano col fiato sospeso, nel tentativo di disinnescare una polveriera che minaccia di travolgere l’intera regione mediorientale, tra le macerie dei siti nucleari e lo strappo dei trattati internazionali.
Un comunicato che dice il non detto
Il comunicato finale diffuso da Muscat, che qualcuno definirebbe un classico capolavoro di diplomazia evasiva, si è limitato ad affermare che le consultazioni si sono concentrate sulla preparazione delle circostanze appropriate per la ripresa dei negoziati diplomatici e tecnici. Un testo, questo, che garantisce l’importanza di tali negoziati alla luce della determinazione delle parti a garantirne il successo per una sicurezza e una stabilità sostenibili, ma che non fa cenno alcuno ai nodi concreti che tengono da anni i due paesi sul ciglio di un conflitto, lasciando intendere, piuttosto, quanto sia impervio il cammino.
Le azioni che smentiscono le parole
Mentre i mediatori omaniti lavoravano per costruire un fragile ponte, l’amministrazione Trump ha chiuso quella stessa giornata varando nuovi dazi del venticinque per cento contro i paesi che acquistano beni e servizi dall’Iran, estendendo di fatto il perimetro delle sanzioni. Una mossa, questa, che sembra rispecchiare la dichiarazione del presidente statunitense, il quale ha affermato di essere pronto a tutti gli scenari, e che risuona come un monito parallelamente alla disponibilità, espressa dal ministro degli esteri iraniano, ad avviare un negoziato.
Il contesto interno iraniano e le accuse
A complicare ulteriormente il quadro, del resto, vi è la situazione interna all’Iran, dove le autorità hanno annunciato l’arresto di centotrentanove stranieri durante le recenti proteste anti-governative. L’ayatollah Ali Khamenei, da parte sua, è tornato ad accusare apertamente Stati Uniti e Israele di avere fomentato quelle stesse sollevazioni, definendole una sedizione orchestrata dai sionisti e da Washington, e affermando, non senza una certa enfasi, che il complotto della Cia e del Mossad è stato sconfitto nonostante l’impiego di tutte le loro risorse. Dichiarazioni che, inasprendo il tono del confronto, rendono ancor più complessa la già difficile ricerca di un terreno comune.
La strada stretta della pace
La strada della pace, pertanto, appare più stretta che mai, con il primo round dei negoziati che va in archivio lasciando spazio a una prudenza che soffoca ogni ottimismo. Il segnale positivo dell’apertura di un canale, seppur flebile, viene immediatamente offuscato dalla durezza delle reciproche posizioni e dalle azioni concrete che le accompagnano, mentre la morte di migliaia di innocenti, conseguenza indiretta delle tensioni regionali, pesa come un macigno su qualsiasi tentativo di distensione.




