Colloqui Usa-Iran in Oman nonostante l'incidente del drone nel Golfo
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Redazione Esteri
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La diplomazia, nonostante tutto, continua a battere i suoi sentieri impervi. Mentre le acque del Golfo sono scosse da un episodio di tensione che ha visto gli Stati Uniti dichiarare di aver abbattuto un drone iraniano in prossimità della portaerei Abraham Lincoln, i due paesi hanno confermato l’intenzione di sedersi al tavolo dei negoziati. Un tavolo che, secondo quanto comunicato dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, verrà allestito in Oman, paese che negli anni ha spesso svolto un delicato ruolo di mediazione, piuttosto che nella prevista Istanbul. A guidare le trattative per la parte americana sarà l’inviato Steve Witkoff, in un confronto il cui ordine del giorno ruota inevitabilmente attorno al controverso programma nucleare di Teheran.
Un contesto segnato dalla provocazione
La decisione di procedere con l’incontro diplomatico, fissato per il 6 febbraio, giunge in un momento di aperta frizione militare, la quale, per chi osserva la scena internazionale, appare come un tentativo di misurare le reciproche reazioni. L’abbattimento del velivolo senza pilota, difatti, non è stato l’unico gesto di forza registrato nella regione: fonti di intelligence, le quali sono solite monitorare i traffici nello stretto di Hormuz, hanno segnalato anche un tentativo da parte di motovedette iraniane di intercettare una petroliera battente bandiera americana. Episodi che, nel loro insieme, disegnano un quadro di ostilità calibrata, dove le azioni di disturbo sembrano voler testare la solidità delle difese avversarie senza però varcare la soglia di un conflitto aperto, il quale nessuno dei due contendenti sembra al momento desiderare.
La partita delle partecipazioni regionali
Intorno alla cornice formale del negoziato, il cui formato esatto è ancora oggetto di consultazioni, si gioca una partita non meno importante, quella della composizione stessa della riunione. Sono in corso, come riportano agenzie e analisti vicini alle dinamiche mediorientali, trattative per stabilire se e quali rappresentanti di paesi arabi e islamici della regione possano essere presenti ai colloqui in Oman. Una questione non secondaria, poiché coinvolgere attori regionali significherebbe riconoscere una dimensione multilaterale a una crisi che, sebbene nata come bilaterale, ha ripercussioni sulla sicurezza collettiva dell’intera area. D’altra parte, fonti vicine a Teheran hanno precisato che non sono previsti “faccia a faccia” diretti, lasciando intendere che la struttura dell’incontro potrebbe essere più articolata e forse indiretta di quanto non si pensi.
La pazienza della mediazione omanita
La scelta di Masqat come sede non è casuale, considerato il prestigio di cui gode il sultanato presso la Repubblica Islamica, con cui intrattiene da tempo relazioni diplomatiche solide e canali di comunicazione costanti. L’Oman, il quale ha storicamente coltivato una politica estera autonoma e distante dalle posizioni più aggressive di altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, si offre quindi come un terreno neutro, forse l’unico in grado di accogliere un dialogo così carico di sospetti reciproci. La sfida per i diplomatici, i quali dovranno navigare in acque rese agitate dai recenti incidenti, sarà quella di separare il rumore delle provocazioni tattiche dalla sostanza delle posizioni negoziali, evitando che le une soffochino le altre in un circolo vizioso che, in passato, ha più volte portato al fallimento dei tentativi di dialogo.




