L’Iran frena sui negoziati mentre i militari Usa sequestrano una nave nel Golfo dell’Oman

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La fragile tregua tra Washington e Teheran, entrata in vigore all’inizio di aprile, mostra crepe sempre più profonde a poche ore dalla scadenza, fissata per mercoledì. Il presidente americano, Donald Trump, ha confermato che il vicepresidente JD Vance e la delegazione statunitense sono in viaggio verso Islamabad – dove dovrebbero atterrare “entro poche ore” – dando per scontato che si aprirà un secondo round di colloqui di pace. L’ottimismo mostrato da Trump in una breve intervista rilasciata al New York Post, durante la quale ha respinto i dubbi su un possibile fallimento (“Dovremmo avere i colloqui”), si scontra però con il muro di gomma alzato dalla controparte. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha infatti dichiarato che al momento “non è in programma un nuovo round di negoziati”, aggiungendo che Teheran non vede “alcun segno concreto di risolutezza da parte degli Stati Uniti”.

Un atto di pirateria nello Stretto di Hormuz che blocca il petrolio

Mentre le diplomazie arrancano, sul campo la tensione è schizzata alle stelle per un episodio che sa di resa dei conti. Nel fine settimana, i militari statunitensi hanno aperto il fuoco e sequestrato la nave cargo “Touska”, battente bandiera iraniana, mentre tentava di forzare il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. Il cacciatorpediniere USS Spruance ha inseguito la nave per ore nel Mar Arabico settentrionale; dopo ripetuti avvertimenti inascoltati, un colpo di cannone da 127 millimetri ha centrato la sala macchine, fermando l’imbarcazione. I marines ne hanno poi preso il controllo. L’Iran, come era prevedibile, ha definito l’operazione una violazione della tregua e un “atto di pirateria”, promettendo una rappresaglia immediata. Un portavoce dello stato maggiore iraniano ha minacciato una risposta “molto presto” contro quella che considera una “pirateria armata”.

La risposta di Teheran e il rincaro delle materie prime

Le conseguenze di questo abbordaggio forzato non sono solo politiche, ma anche economiche. La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – un punto vitale per il transito di un quinto del petrolio mondiale – ha fatto impennare i prezzi del greggio. Il Brent è salito fino a toccare i 96 dollari al barile, un livello che aggrava una crisi energetica già devastante per l’Europa e i paesi importatori. Secondo le ricostruzioni fornite dall’agenzia di stampa Tasnim, vicina alle Guardie della Rivoluzione, i militari statunitensi sono stati costretti a ritirarsi dopo l’intervento tempestivo delle unità navali iraniane; una versione, quest’ultima, che ovviamente contraddice nettamente la narrazione ufficiale della Casa Bianca. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno giustificato l’azione sostenendo che la “Touska” stava trasportando carichi vietati ed era già sotto sanzioni del Tesoro americano per precedenti attività illegali.

Il rischio concreto di una rottura definitiva

Con il cessate il fuoco in scadenza tra soli due giorni, lo scenario che si profila all’orizzonte è quello di un fallimento totale della diplomazia. La delegazione americana, che include anche l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, si trova nella paradossale situazione di volare verso un appuntamento che la controparte dichiara di non voler onorare. I punti critici del negoziato restano gli stessi che hanno fatto fallire il primo round: il controllo delle scorte di uranio arricchito (Teheran si rifiuta categoricamente di spedirle all’estero), la durata della sospensione del programma nucleare e la libertà di navigazione nello Stretto. La Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe riportato lievi ferie durante i recenti raid, ma la diplomazia sembra ormai sorda alle pressioni. La guerra, insomma, è tornata a essere l’opzione più probabile, mentre Islamabad si prepara ad accogliere ospiti che potrebbero non incontrare nessuno.

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