Il doppio binario della crisi: negoziati in Oman e scontri nel Golfo
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Redazione Esteri
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Mentre la portaerei Lincoln e il suo gruppo da battaglia continuano a solcare le acque del Medio Oriente, un segnale contraddittorio, fatto di diplomazia e di minacce, definisce la complessa partita fra Washington e Teheran. L’amministrazione del presidente Donald Trump ha infatti confermato l’intenzione di procedere con un tavolo di consultazioni, il cui ambito e formato rimangono oggetto di valutazione, trasferendo il previsto appuntamento in Oman, paese tradizionalmente considerato un canale preferenziale con la Repubblica Islamica. A guidare le trattative per la parte americana sarà l’inviato Steve Witkoff, in un contesto che, nonostante le dichiarazioni di apertura, dimostra una fragilità evidente e pericolosa.
Un’escalation militare che non ferma il dialogo
La decisione di mantenere aperto un canale discorsivo giunge in una fase di massima allerta, segnata da due incidenti che hanno rischiato di innescare una spirale di rappresaglie. Nel Mar Arabico, come reso noto dagli stessi Stati Uniti, un F-35 ha intercettato e neutralizzato un drone iraniano Shahed che si era avvicinato in maniera ritenuta minacciosa alla Lincoln, in quella che è stata descritta come un’azione di autodifesa. Poco dopo, nello strategico stretto di Hormuz, motovedette delle Guardie della Rivoluzione hanno tentato di intercettare una petroliera battente bandiera americana, salvo essere allontanate dall’intervento tempestivo di un cacciatorpediniere della marina statunitense. Episodi che, se da un lato testimoniano una voluta pressione iraniana sulle linee di comunicazione marittime, dall’altro non sono stati sufficienti a far saltare il tavolo, quasi a sottolineare la consapevolezza di entrambe le parti riguardo ai rischi di una deriva incontrollata.
La nebulosa natura dei colloqui imminenti
Proprio la natura di questi incontri futuri resta però avvolta in una certa nebulosità, con le fonti che offrono letture non perfettamente sovrapponibili. Se da Washington si parla di colloqui, fonti vicine a Teheran citate da alcuni media hanno precisato come non siano previsti “faccia a faccia” formali, lasciando intendere piuttosto lo svolgimento di consultazioni attraverso intermediari o su tematiche specifiche, fra cui le “presenze regionali”. Una discrepanza terminologica che non è meramente lessicale, ma che riflette le diffidenze reciproche e la difficoltà di costruire un percorso negoziale chiaro, mentre la posta in gioco sulla sicurezza della navigazione e sull’assetto dell’intera regione rimane altissima.
La strategia di Teheran fra provocazione e mediazione
La scelta dell’Oman come sede potenziale non sorprende gli osservatori, data la consolidata funzione di questo sultanato nel fare da ponte diplomatico in passato. Quel che emerge dal concatenarsi degli eventi è un quadro in cui l’Iran sembra perseguire una strategia duplice, fatta di dimostrazioni di forza calibrate – come l’invio di droni e l’accerchiamento delle navi – e di una dichiarata disponibilità al dialogo, sebbene su modalità da definire. Una linea sottile, quella tra escalation e negoziato, che entrambi i governi stanno percorrendo con estrema cautela, consci che un passo falso nelle congestionate acque del Golfo potrebbe avere conseguenze di portata difficilmente calcolabile. La partita, dunque, si gioca simultaneamente su due piani distinti ma interconnessi: quello militare, dove le provocazioni si susseguono, e quello diplomatico, dove si cerca faticosamente una possibile de-escalation.




