L'Iran dice no ai Mondiali negli Stati Uniti: "Il governo corrotto ha assassinato il nostro leader"
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Redazione Sport
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La tensione politica esplode sul rettangolo di gioco, o meglio, lo cancella del tutto. L'Iran, attraverso le parole del suo ministro dello Sport, Ahmad Donjamali, ha ufficialmente dichiarato che non prenderà parte alla prossima Coppa del Mondo di calcio, in programma tra poco più di tre mesi negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Una presa di posizione netta, che arriva in un contesto di scontro militare aperto e che di fatto congela, almeno per ora, la partecipazione di una nazionale che si era qualificata con largo anticipo. La motivazione, rilasciata in un'intervista televisiva e ripresa dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, è politica e drammaticamente legata agli eventi bellici delle ultime settimane: "Poiché questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza ci sarebbero le condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo". Il riferimento è all'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele di fine febbraio, costato la vita alla guida suprema del paese.
Le parole del ministro e il peso di un conflitto che non si ferma
Donjamali non si è limitato a una semplice dichiarazione di intenti, ma ha voluto contestualizzare la decisione all'interno di un quadro di ostilità che il suo paese sostiene di aver subito. "Ci sono state imposte due guerre nell'arco di otto o nove mesi", ha aggiunto il ministro nel corso dell'intervista, parlando di migliaia di cittadini uccisi e di "azioni malvagie" condotte contro l'Iran. Un’argomentazione, la sua, che trasforma il rifiuto a partecipare a un evento sportivo in un atto conseguente a una situazione di conflitto percepita come esistenziale. D’altronde, non è la prima volta che dalle autorità iraniane filtrano segnali di chiusura: già nei giorni scorsi il presidente della Federcalcio, Mehdi Taj, aveva sollevato dubbi, paragonando l'ipotetica atmosfera dei Mondiali americani a quanto accaduto in Australia durante la Coppa d'Asia femminile, dove alcune calciatrici avevano chiesto e ottenuto asilo politico. L'ipotesi che il torneo possa diventare una "vetrina politica" per defezioni o proteste, insomma, era già stata messa in conto dai vertici sportivi di Teheran.
L'apertura di Trump e la posizione della Fifa in un clima di guerra
La presa di posizione del ministro iraniano arriva a poche ore di distanza dalle rassicurazioni pubbliche del numero uno della Fifa, Gianni Infantino. Il dirigente italo-svizzero, dopo un incontro con il presidente americano Donald Trump, aveva ribadito come la Casa Bianca fosse pronta ad accogliere la selezione iraniana. "Il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è naturalmente la benvenuta e invitata calorosamente", aveva dichiarato Infantino, sottolineando la volontà di tenere la politica fuori dal campo e di usare il calcio come strumento di unione in un mondo sempre più diviso. Un appello, il suo, che si scontra però con una realtà fatta di bombe e di relazioni diplomatiche ormai ridotte al minimo. Non è chiaro, al momento, se le parole di Donjamali rappresentino una decisione formale e irrevocabile o una presa di posizione negoziale, ma il loro peso specifico è innegabile. Soprattutto se si considera che, dall’altra parte, lo stesso Trump aveva recentemente dichiarato al sito Politico di non preoccuparsi più di tanto di un'eventuale defezione iraniana, bollandoli come "un paese molto sconfitto".
Lo scenario sportivo e i nodi irrisolti dei visti
Sul piano puramente tecnico, un passo indietro dell'Iran aprirebbe scenari complessi per l'organizzazione del torneo. La squadra persiana era stata sorteggiata nel girone G con Belgio, Nuova Zelanda e Egitto, e tutte le sue partite sono in programma su suolo statunitense, tra Los Angeles e Seattle. In caso di ritiro, la Fifa dovrebbe attingere alle riserve della confederazione asiatica e potrebbe subentrare l'Iraq, oppure ripescare una delle squadre sconfitte nei playoff. Ma al di là delle mere questioni regolamentari, resta la sostanza di una crisi che ha radici profonde. La tensione, del resto, era già palpabile lo scorso dicembre, quando a Taj e ad altri sei funzionari della federcalcio iraniana fu negato il visto per partecipare al sorteggio di Washington. Un segnale che lasciava presagire le difficoltà future e che ora, con il conflitto in corso, assume i contorni di una voragine incolmabile. La Fifa, da parte sua, osserva e tace, sperando forse in un dietrofront, ma con la consapevolezza che il countdown per l'inizio della rassegna iridata è già partito.




