Microbiota, la sentinella della salute: il prof Abenavoli spiega il legame con la dieta e le malattie croniche

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il nostro corpo è popolato da miliardi di batteri, virus e funghi che, nell'insieme, costituiscono il microbiota. Questo ecosistema, un tempo considerato un semplice insieme di ospiti passivi, è oggi al centro di un'attenzione crescente da parte della comunità scientifica. Il professor Ludovico Abenavoli, gastroenterologo di fama internazionale e professore ordinario all'Università Magna Graecia di Catanzaro, lo definisce una vera e propria sentinella del nostro stato di salute.

I numeri parlano chiaro: le malattie non trasmissibili, come il diabete, le patologie cardiovascolari e i tumori, causano ogni anno circa 43 milioni di decessi nel mondo, rappresentando la principale causa di morte a livello globale. La ricerca, ormai da anni, sta cercando di tracciare un filo diretto tra queste patologie e l'alterazione del microbioma intestinale, un fattore biologico profondamente influenzato da elementi ambientali modificabili, a partire da ciò che mangiamo.

Una sentinella anticipatrice di patologie

Il professor Abenavoli è un'autorità nel campo del rapporto tra microbiota, alimentazione e malattie metaboliche. La sua carriera, costellata da numerose pubblicazioni scientifiche e riconoscimenti – tra cui l'inserimento dal 2017 nella lista dei Top Italian Scientists e, dal 2019, nella classifica mondiale dei Top 2% Scientists di Stanford University – testimonia il suo ruolo di primo piano in questo ambito di studi.

La sua ricerca si concentra su come la disbiosi, ovvero lo squilibrio della flora batterica intestinale, possa essere un campanello d'allarme precoce per l'insorgenza di patologie croniche. La meta-infiammazione, uno stato infiammatorio di basso grado e sistemico, gioca un ruolo cruciale in questo processo.

L'alterazione del microbiota, infatti, compromette la barriera intestinale, permettendo a sostanze pro-infiammatorie di entrare nel circolo sanguigno e di innescare reazioni a catena che danneggiano organi e tessuti, anticipando di anni, talvolta di decenni, l'insorgere di diabete, infarti e tumori.

Il paradosso dei prodotti senza glutine

Un aspetto particolarmente delicato di questa problematica, emerso da una recente ricerca della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, riguarda la dieta dei celiaci. Per queste persone, il cibo non è una semplice scelta di consumo, ma rappresenta una vera e propria terapia.

Tuttavia, lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology, ha acceso i riflettori su un paradosso: i celiaci sono spesso spinti, da politiche industriali e commerciali, a preferire prodotti ultraprocessati senza glutine. Questi alimenti, sebbene fondamentali per gestire l'intolleranza, sono spesso ricchi di additivi, coloranti e zuccheri che, proprio come nella popolazione generale, danneggiano il microbiota.

Lo denuncia Michele Mendola, fondatore della community CeliachiaFacile, il quale sottolinea come, a causa della ristretta offerta nella grande distribuzione, il celiaco si trovi costretto a scegliere tra una gamma limitata di prodotti, in larga parte ultraprocessati, rischiando così di sviluppare altre malattie croniche nonostante sia in grado di tenere sotto controllo l'intolleranza al glutine.

Un allarme per i regolatori e i consumatori

Il problema sollevato dalla ricerca del Gemelli va oltre la singola categoria dei celiaci e interroga direttamente le istituzioni preposte alla regolamentazione della sicurezza alimentare. I ricercatori hanno evidenziato come gli attuali protocolli di sicurezza siano stati scritti in un'epoca in cui la scienza del microbiota non esisteva ancora, e da allora non sono stati aggiornati per tenere conto dell'impatto devastante che alcuni additivi e processi industriali possono avere su questo ecosistema.

Questa lacuna normativa, secondo gli esperti, rende necessario un dietrofront sulle politiche di produzione e commercializzazione dei cibi processati. La consapevolezza del consumatore, sebbene fondamentale, non basta.

Come sottolineato da Mendola, è necessario un intervento a livello politico per incentivare la produzione e la distribuzione di alimenti di qualità e per favorire quegli esercizi commerciali in grado di offrire un assortimento più ampio di cibi sani, anche per quelle nicchie di mercato, come quella dei celiaci, che rappresentano una fetta minuscola della popolazione.

La sfida è complessa e richiede un ripensamento profondo delle strategie alimentari, dalla produzione al consumo, passando per la riforma dei sistemi di etichettatura e dei sussidi che, come nel caso dei buoni per i celiaci, finiscono per incentivare scelte controproducenti.

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