Il cervello elettronico che fa meno paura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il diciannove settembre del 1986, a un anno dalla scomparsa di Italo Calvino, il «Corriere della Sera» pubblicava un suo inedito, un testo che, con lungimirante intuizione, si interrogava già sui rapporti fra l’identità umana e le macchine, anticipando dilemmi che oggi appaiono più che mai attuali.

Calvino e l'intelligenza artificiale

In “Calvino e l’io nel computer”, lo scrittore descriveva, attraverso una narrazione distopica, l’azione di una fantomatica Organizzazione per la produzione elettronica di opere letterarie omogeneizzate, la quale gli mostrava capitoli di romanzi che non aveva mai scritto, e che tuttavia gli apparivano “più miei di tutto quello che ho mai scritto”. Quel racconto, che tratteggiava il profilo di un “nemico interno” subdolo e capace di emulare la creatività dell’autore, offre uno spunto per riflettere su come l’intelligenza artificiale, da minaccia astratta, sia divenuta una presenza concreta con cui confrontarsi.

Le nuove direttive del segretario Hegseth

In un contesto completamente differente, ma ugualmente gravido di conseguenze, si è mosso l’intervento del segretario alla Difesa Pete Hegseth, il quale ha convocato d’urgenza, in una base dei Marines in Virginia, centinaia di alti ufficiali giunti dai comandi militari sparsi per il globo. Il suo discorso, un ibrido fra una predica dai toni millenaristi e una lezione di ottimizzazione aziendale, ha delineato senza ambagi le nuove direttive per le forze armate statunitensi. Hegseth, un ex maggiore della guardia nazionale divenuto volto noto della televisione e poi ministro per volere di Donald Trump, ha impartito una ramanzina sullo spirito di corpo e sull’“ethos guerriero”, annunciando di fatto la fine di un’epoca caratterizzata da quelle politiche che lui e l’amministrazione definiscono, in modo critico, “woke”.

L'inversione di rotta sulle politiche militari

Le linee guida annunciate prevedono, fra l’altro, l’adozione di standard fisici “neutri rispetto al genere” o addirittura “al livello maschile” per la valutazione dell’idoneità del personale, segnando una netta inversione di rotta rispetto alle politiche degli anni precedenti. Il ministro ha affermato, senza usare giri di parole, che l’esercito americano ha promosso troppi ufficiali per ragioni sbagliate, basate su criteri legati alla razza o a quote di genere, piuttosto che sul merito individuale e sulle capacità dimostrate in campo. Una dichiarazione che intende marcare un confine preciso con il passato recente, indicando nella meritocrazia e in un ritorno a quelli che vengono percepiti come valori tradizionali il nuovo faro da seguire.

Il sostegno di Donald Trump e la reazione fredda dei militari

In questo clima di trasformazione voluta dall’alto, è intervenuto anche il presidente Donald Trump, il quale, rivolgendosi alla platea di alti funzionari militari, ha ribadito il suo sostegno incondizionato alle forze armate. “Vi sostengo al cento per cento”, ha dichiarato, rimarcando con forza il concetto della “fine del politicamente corretto” nell’esercito. Tuttavia, l’evento non è passato del tutto secondo i piani: i media statunitensi hanno infatti riportato con enfasi il silenzio imbarazzante che ha accolto il suo arrivo sul palco, un silenzio che non si è interrotto neppure quando lo stesso presidente ha esplicitamente sollecitato un applauso dall’uditorio, rivelando una frattura, o quantomeno una distanza, tra le parole del comandante in capo e la reazione di una parte di coloro che guidano le truppe.

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