Gli amori proibiti dei supermanager e il prezzo da pagare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La parabola professionale di Laurent Freixe, che dopo quarant'anni di carriera in Nestlé è stato licenziato in tronco per una relazione sentimentale non dichiarata con una sua diretta subordinata, offre un caso esemplare di come le dinamiche affettive, se non gestite con la trasparenza richiesta dai codici aziendali, possano innescare conseguenze irreparabili. L’indagine interna, che ha portato alla luce la violazione del codice etico, ha costretto il consiglio di amministrazione del colosso svizzero a un cambio della guardia ai vertici, operato con una celerità – poche ore tra l’annuncio e la nomina del successore, Philipp Navratil – che sottolinea la gravità attribuita all’accaduto. Una reazione immediata che il mercato ha prontamente registrato, seppur con un flebile -0,74%, alla Borsa di Zurigo.

La questione di fondo, come evidenziato dall’episodio, non risiede in un divieto assoluto delle relazioni tra colleghi – su cui la legge italiana, per esempio, non si pronuncia – bensì nell’opacità e nel potenziale conflitto d’interessi che ne possono scaturire, specialmente quando si verificano tra un superiore e un suo diretto collaboratore. Sempre più multinazionali, infatti, integrano nei propri regolamenti internali clausole che impongono ai dipendenti, e ancor più ai livelli apicali, di dichiarare formalmente legami che potrebbero minare l’imparzialità delle decisioni o creare ambienti di lavoro percepiti come iniqui. L’obiettivo, com’è ovvio, è schermare l’azienda da rischi di favoreggiamento e da possibili accuse di mobbing nei confronti di altri dipendenti.

Quello di Freixe non è un caso isolato nel panorama corporate globale, basti pensare al precedente del CEO di BP, Bernard Looney, costretto alle dimissioni proprio per non aver reso noto il pieno extent delle sue relazioni con colleghi. Episodi che dimostrano come la reputazione aziendale, ormai considerata un asset fondamentale tanto da influenzare la capacità di attrarre talenti, sia un elemento che i cda sono disposti a proteggere senza esitazione, anche a costo di perdere figure di spicco. Le aziende, del resto, vivono di fiducia e di percezione pubblica.

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