Cuba, la resa per provare a non morire di fame
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Redazione Esteri
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Mentre i riflettori della comunità internazionale – quella che conta, perlomeno – restano puntati sul Golfo Persico e sull'ennesimo conflitto che insanguina il Medio Oriente, dall’altra parte del mondo si consuma una pagina di storia destinata a ridisegnare gli equilibri del continente americano. Con un annuncio che sapeva di resa, arrivato dalla spoglia e per certi versi anacronistica sede del Comitato centrale del Partito comunista cubano, Miguel Díaz-Canel ha confermato ciò che fino a poche settimane fa sembrava inimmaginabile: L’Avana siede al tavolo negoziale con Washington, e lo fa dettando condizioni che, per la prima volta dal 1959, assomigliano più a una capitolazione che a una trattativa tra pari. Il presidente cubano, l’uomo scelto da Raúl Castro per raccogliere l’eredità del fratello Fidel, ha parlato di dialoghi finalizzati a superare le differenze bilaterali, ma la sostanza – e lo sanno bene i cubani che da giorni sciamano per le strade – è che l’isola non ce la fa più. Il colpo di grazia, va detto senza giri di parole, è arrivato da Donald Trump, il quale nella sua personale rilettura della dottrina Monroe ha deciso che è ora di riaffermare il controllo statunitense sul cortile di casa, e l’assedio energetico a Cuba ne è la prova più tangibile. Da oltre tre mesi, come ha ricordato lo stesso Díaz-Canel, non entra una goccia di petrolio, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: blackout che si protraggono per venti ore al giorno, industrie ferme, file interminabili per un tozzo di pane.
Marco Rubio, il figlio di esuli che ha vinto la sua scommessa
A orchestrare questa fase cruciale dalla poltrona di segretario di Stato c’è Marco Rubio, e la sua ascesa in questo frangente ha il sapore di una rivincita personale e familiare. Figlio di cubani fuggiti dall’isola di Fidel Castro, Rubio ha costruito gran parte della sua carriera politica sull’antagonismo netto, talvolta viscerale, nei confronti del regime dell’Avana, e oggi si trova nella posizione di dettare il passo a chi, per decenni, ha rappresentato il nemico per eccellenza. Sono note, ormai, le interlocuzioni riservate che il capo della diplomazia americana avrebbe intrattenuto con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote quarantunenne dell’anziano leader della rivoluzione – soprannominato Cangrejo per via di una malformazione a una mano – considerato dai servizi e dagli analisti americani come l’emblema di una nuova generazione di quadri cubani meno dogmatici e più aperti a logiche di business. Il modello, per certi versi, ricalca quanto già sperimentato con successo in Venezuela, dove la collaborazione ottenuta – anche attraverso la vicepresidente Delcy Rodríguez – ha spinto Washington a preferire una transizione morbida, gestita attraverso leve economiche e accordi con figure chiave del regime, piuttosto che un azzardato e imprevedibile cambio di regime violento. L’obiettivo, insomma, sembra essere quello di contare sulla collaborazione di uomini come Oscar Pérez-Oliva Fraga, figure in grado di garantire continuità negli affari e stabilità, evitando il baratro di un collasso istituzionale.
Le proteste nelle strade e l’assalto alla sede del Partito
Mentre i vertici del Partito comunque trattano, o provano a farlo, la situazione nelle province cubane precipita in una spirale di violenza e disperazione che non si vedeva da decenni. Nella notte tra venerdì e sabato, un gruppo di manifestanti esasperati ha fatto irruzione nella sede municipale del Partito comunista a Morón, nella provincia di Ciego de Ávila, e le immagini diffuse sui social network – per quanto di difficile verifica – mostrano una scena che sa di rivolta popolare: mobili d’ufficio, scrivanie, quadri e materiale di propaganda trascinati in strada e dati alle fiamme in un falò, tra slogan contro il governo e il crollo di un sistema. La reazione ufficiale, filtrata dai media filogovernativi, parla di «atti di vandalismo» compiuti da una frangia violenta al termine di una protesta pacifica, e il presidente Díaz-Canel, dal suo profilo X, ha assicurato che non ci sarà impunità per i responsabili. Ma la versione ufficiale, per quanto tenti di minimizzare, non può nascondere la realtà di un’isola in cui il malcontento monta di ora in ora, alimentato dall’assenza di beni di prima necessità e da una crisi energetica che ha paralizzato ogni attività. La stessa Air France ha annunciato la sospensione dei voli da Parigi all’Avana a partire dal 28 marzo, e fino al 15 giugno, a causa dell’impossibilità di fare rifornimento di carburante sull’isola; Air Canada aveva già fatto lo stesso nelle settimane precedenti.
I prigionieri rilasciati e la mediazione vaticana
In questo clima di collasso, il regime prova a lanciare segnali di distensione all’indirizzo di Washington, e il più rilevante, nelle ultime ore, riguarda la liberazione di 51 detenuti, un gesto ufficialmente ricondotto alla mediazione del Vaticano ma che appare inequivocabilmente funzionale alla trattativa in corso. La diplomazia pontificia, come già accadde nel 2014 quando favorì il riavvicinamento tra l’amministrazione Obama e Raúl Castro, torna a giocare un ruolo di primo piano nei corridoi del potere, offrendo a entrambe le parti una copertura moralmente sostenibile per passi altrimenti difficili da giustificare. Resta, però, l’incognita sulla qualità dei prigionieri rilasciati: se tra loro figurino o meno nomi di spicco del dissenso politico, o se si tratti di detenuti comuni, è dettaglio che potrebbe fare la differenza nella percezione della buona fede cubana. Le organizzazioni per i diritti umani, dal canto loro, invitano alla prudenza, segnalando che mentre si aprono le porte del carcere per alcuni, nuovi manifestanti finiscono in cella ogni giorno.




