Sfruttamento nei campi, la procura di Brescia scopre il sistema: tre arresti e un giro da 19 milioni
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Redazione Interno
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Il territorio cremonese, e con esso l’intera economia agricola del Nord, è rimasto impigliato in una rete di sfruttamento e illegalità che la Procura distrettuale di Brescia ha smantellato solo nelle ultime ore. L’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza della Compagnia di Rovato, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di tre cittadini di origine indiana, considerati dagli inquirenti i vertici di un’associazione per delinquere dal carattere spiccatamente transnazionale. A loro, che sono accusati di aver orchestrato un meccanismo di caporalato su larga scala, si aggiungono altre dodici persone finite nel mirino della giustizia, tra queste figurano quattro donne italiane, a dimostrazione di come la gestione illecita della manodopera straniera coinvolgesse competenze e complicità autoctone.
Il meccanismo dei visti truccati e il costo del permesso di soggiorno
Al cuore dell’inchiesta, che ha portato al sequestro di beni per un valore superiore a 19 milioni di euro, c’è una macchina organizzativa spietata. Secondo quanto ricostruito dalle fiamme gialle, il sodalizio criminale – composto da otto indiani e quattro italiane – avrebbe sfruttato le maglie larghe del decreto flussi per fare ingresso in Italia non meno di 1.364 migranti, i quali, una volta arrivati, venivano spremuti all’inverosimile. Il modus operandi era articolato: si falsificavano le offerte di lavoro e le disponibilità abitative per aggirare le normative; una volta che i lavoratori erano sul suolo italiano, si produceva documentazione falsa per convertire i permessi di soggiorno da stagionali a ordinari. Un visto, questo, che aveva un prezzo salatissimo. Gli investigatori hanno accertato che per ottenere il nulla osta stagionale ogni migrante era costretto a pagare fino a 13.800 euro, cifra che saliva ulteriormente – circa 7.200 euro – per la conversione del titolo di soggiorno.
Dalle campagne del Cremonese alle aziende compiacenti
Le ramificazioni della "fabbrica degli schiavi", come è stata definita negli ambienti investigativi, non si limitavano a Brescia. L’organizzazione era attiva in un’area che si estende a macchia di leopardo tra le province di Cremona, Lodi, Milano e Piacenza. A fare da collante al sistema erano una serie di aziende agricole compiacenti, che assumevano formalmente i braccianti per poi metterli a disposizione di altre imprese, creando un circuito chiuso di manodopera a bassissimo costo. I lavoratori, retribuiti con appena 1,50 euro l’ora – una miseria se paragonata ai minimi sindacali che si aggirano intorno ai 12-14 euro per una professionalità qualificata – venivano privati di ogni diritto: niente riposi, orari massacranti e, a volte, persino due mesi consecutivi di lavoro senza un giorno di pausa. Non solo: le stesse vittime erano costrette a pagare a peso d’oro la loro stessa sopravvivenza, vedendosi decurtare le buste paga per le spese di alloggio, trasporto e cibo forniti dagli stessi sfruttatori.
La sorpresa del sindacato e l’inchiesta fiscale
La scoperta di un apparato così strutturato ha colto di sorpresa anche chi, da anni, sonda le zone grigie del mercato del lavoro. Enrico Nozza Bielli, segretario generale della Flai Cgil di Brescia – lo stesso sindacalista che pochi mesi fa sedeva al tavolo delle trattative per rinnovare i contratti provinciali degli operai agricoli – ha dovuto prendere atto di una realtà inedita per il territorio. Pur avendo incrociato sul proprio cammino situazioni di irregolarità, soprattutto durante i periodi intensi della vendemmia quando pullman di lavoratori stagionali arrivano dall’Est Europa, Bielli ha ammesso che una macchina criminale così organizzata rappresenta un salto di qualità nelle dinamiche dello sfruttamento. Parallelamente alle violazioni sui diritti umani, la Guardia di Finanza ha dissotterrato un colossale meccanismo di frode fiscale. Tra il 2019 e il 2024, l’associazione avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti per un controvalore superiore ai 18 milioni di euro, evadendo l’Iva per oltre 3 milioni. Un business, dunque, che si reggeva su due pilastri: la pelle dei migranti e l’inganno al fisco.
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