L'iva sull'arte scende al 5%, Giuli: «Svolta per il mercato»
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Redazione Interno
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Finalmente l’Italia allinea il suo regime fiscale a quello degli altri paesi europei, riducendo dal 22% al 5% l’imposta sul valore aggiunto per la compravendita di opere d’arte. Una misura che, come ha sottolineato il ministro della Cultura Alessandro Giuli, «chiude un’anomalia che ci rendeva meno competitivi». Il provvedimento, inserito nel decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 20 giugno, è stato definito «un grande risultato per l’intero ecosistema dell’arte», destinato a riportare il paese al centro del mercato internazionale.
Per anni, galleristi e collezionisti hanno denunciato gli effetti negativi di un’aliquota troppo elevata, che spingeva molti acquirenti stranieri – specie quelli interessati all’arte contemporanea – a preferire mercati più vantaggiosi, come quello francese o tedesco. «Bastava un calcolo veloce», racconta un gallerista romano, «perché molti, dopo aver sentito il prezzo comprensivo di tasse, rinunciavano all’acquisto». Una dinamica che ha impoverito non solo le gallerie, ma l’indotto economico legato al settore, dagli artisti alle case d’asta.
Il decreto, presentato da Giuli insieme ai presidenti delle commissioni Cultura di Camera e Senato, Federico Mollicone e Roberto Marti, non interviene solo sull’arte. Tra le altre misure contenute nel cosiddetto Dl Economia, c’è anche la sugar tax, inizialmente inserita in un altro provvedimento e poi stralciata. Ma è la riduzione dell’iva sul mercato artistico a rappresentare la novità più significativa, soprattutto per un paese che, pur vantando un patrimonio culturale unico al mondo, finora ha penalizzato chi voleva investirci.




