L’Atalanta da sola non basta, ennesima batosta per il calcio italiano che si scopre sempre più indietro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte europea dell’Atalanta, l’ultima bandiera italiana sventolata in questa Champions League, si è trasformata nell’ennesima, pesantissima sconfitta per l’intero movimento calcistico nazionale. Il 6-1 rifilato dal Bayern Monaco alla New Balance Stadium di Bergamo, valido per l’andata degli ottavi di finale, non è solo un risultato pesante da digerire per la squadra di Raffaele Palladino — quella che, non dimentichiamolo, aveva comunque conquistato sul campo il diritto di arrivare fin qui — ma rappresenta la fotografia più nitida di un declino ormai strutturale. I bavaresi, che pure hanno lasciato in panchina un certo Harry Kane, hanno letteralmente surclassato gli orobici con una prestazione di forza e qualità imbarazzante, sotto gli occhi — guarda caso — anche di dirigenti come Piero Ausilio e Dario Baccin, inviati dall’Inter per osservare, e probabilmente per invidiare, lo spettacolo offerto dalla macchina da gol tedesca.

L’illusione della rinascita e i conti che non tornano

Se ci si fermasse a guardare le finali consecutive dell’Inter, quella persa a Istanbul contro il Manchester City e l’altra, sempre persa, contro il Paris Saint-Germain nell’edizione successiva, si potrebbe pensare a un ciclo comunque positivo. Ma la sostanza, quella che emerge spogliando i numeri e le prestazioni, racconta una verità ben diversa e assai più amara: nelle ultime sei edizioni della massima competizione europea, per ben quattro volte l’Italia è rimasta completamente esclusa dai quarti di finale. È un dato che grida vendetta, se si considera che appena tre anni fa, nel 2023, ci ritrovammo con tre squadre ai quarti e due in semifinale, a celebrare — forse prematuramente — una presunta riappropriazione di un ruolo da protagonista che non c’è mai stato, o che comunque si è rivelato del tutto effimero.

A certificare il tracollo non è soltanto la batosta subita dalla Dea. Bisogna ricordare il percorso a ostacoli delle altre. Il Napoli, campione d’Italia in carica, è inciampato malamente nella fase campionato, chiusa al trentanovesimo posto — sì, avete letto bene — con un pugno di punti e tante, troppe occasioni sprecate, come quel pareggio in casa del Copenaghen in undici contro dieci che sapeva di resa. Poi c’è la Juventus, colpevolmente distratta e fragile a Istanbul contro il Galatasaray, una squadra alla portata ma affrontata con la presunzione di chi pensa di poter gestire il risultato senza un centravanti vero a fare da riferimento. E infine l’Inter, forse la delusione più grande: eliminata ai playoff da una squadra che viene dal Circolo Polare Artico, quel Bodø/Glimt capace di mettere in luce tutti i limiti di una squadra che in campionato, probabilmente, ha concentrato ogni energia, pensando di poter gestire anche l’Europa con un piede e mezzo.

Un problema di sistema, non di episodi

Prendersela con l’Atalanta, come qualcuno ha provato a fare, sarebbe non solo ingiusto ma anche miope. La Dea ha fatto il suo dovere, ha lottato, ha rischiato e ci ha creduto, ma si è trovata di fronte un avversario semplicemente ingiocabile. Il Bayern, come ha sottolineato Palladino a fine gara, ha una tale quantità e qualità di interpreti — gente come Michael Olise, autore di una doppietta da cineteca, o Nicolas Jackson e Jamal Musiala, subentrati e capaci di colpire con una facilità disarmante — da rendere vano qualsiasi accorgimento tattico. I valori in campo erano semplicemente diversi, ed è qui che il discorso si allarga e diventa sistemico.

Il problema è che il campionato italiano, la nostra Serie A, sforna sempre meno giocatori in grado di competere a questi livelli. Gli investimenti sono mirati, certo, ma la qualità media degli interpreti è calata vertiginosamente. Se guardiamo al numero di gol segnati nel nostro torneo, il dato è in caduta libera da anni: alla ventottesima giornata di questa stagione, le reti sono 62 in meno rispetto allo stesso punto dell’anno scorso, e addirittura 154 in meno rispetto al 2020. Significa che si gioca a ritmi più bassi, con meno intensità e con una paura folle di rischiare. L’approccio iper-conservatore dei nostri allenatori, spesso legati a moduli speculari come quel 3-5-2 che in Europa ormai fa sorridere, produce partite congestionate, lente, prevedibili.

L’estero ci guarda e ci giudica, noi restiamo fermi

Mentre le nostre squadre arrancano, all’estero — e in particolare in Premier League — si vola a ritmi doppi, con un’intensità e una qualità tecnica che da noi si vedono sempre più di rado. Il paragone con la partita lenta e ragionata del nostro calcio, fatta di tatticismi e pause, esce impietoso dal confronto diretto. La lezione che arriva da Bergamo è chiara: il calcio italiano non è più competitivo perché è rimasto indietro, ancorato a modelli che non reggono più l’urto con la velocità e la potenza del calcio che conta. E mentre le nostre squadre tornano a casa, chi ci osserva dalle tribune — come quei dirigenti dell’Inter — può solo prendere appunti, nella speranza che prima o poi si decida di cambiare rotta.

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