Un padre, la svolta drammatica di Kevin Hart che stasera sostituisce Morgane su Rai 1
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non sarà una serata qualsiasi, quella del mercoledì, per i telespettatori di Rai 1. Dopo la débâcle della nazionale di calcio, che ha scompaginato i piani editoriali, l’ammiraglia pubblica cambia rotta: niente nuovo appuntamento con Morgane - Detective geniale, la cui attesa – va detto – era palpabile tra gli habitué del prime time. Al suo posto, a sorpresa, andrà in onda un film del 2021, Un padre, diretto da Paul Weitz, che molti già conoscono per essere stato un titolo di punta nel catalogo Netflix. La scelta, spiazzante per qualcuno, nasconde però un’opportunità precisa: riproporre una storia capace di tenere alta l’attenzione senza bisogno di inseguire i colpi di scena di una serie poliziesca.
L’uomo che imparò a essere padre dopo la tragedia
La pellicola, che si potrà vedere anche in streaming su RaiPlay, si regge interamente sulle spalle (e sull’evoluzione espressiva) di Kevin Hart, attore fino ad allora incasellato – suo malgrado – nel ruolo del comico ipercinetico. Qui lo si ritrova invece nei panni di Matthew Logelin, un uomo qualunque travolto da un lutto improvviso e devastante: Liz, la moglie amata, muore subito dopo aver dato alla luce la loro bambina, Maddy. Quella che poteva essere la gioia più grande si trasforma, in un battito d’ali, in un baratro di solitudine e responsabilità inaspettate. Hart, bisogna riconoscerlo, non si limita a recitare: abita il dolore di un vedovo giovane, costretto a fare i conti con pannolini, biberon e notti insonni, mentre intorno a lui il mondo pretende che l’uomo “tiri fuori gli attributi” e sappia cavarsela.
Una storia vera (quella di Matthew Logelin) che salvò una carriera
Non si tratta di fiction consolatoria, bensì del racconto – rispettoso e per certi versi crudo – di una vicenda realmente accaduta. Matthew Logelin esiste, e la sua testimonianza ha fornito la spina dorsale a una sceneggiatura che Weitz ha confezionato con delicatezza, senza mai scadere nel patetico. Per Kevin Hart, questo ruolo è stato molto più di una semplice “prova da attore drammatico”: ha rappresentato una vera ancora di salvezza in un periodo buio della sua esistenza personale, segnato da scandali e da un incidente automobilistico che avrebbe potuto chiudergi per sempre le porte di Hollywood. Trovare il volto e la voce di un padre in lacrime, che però non molla, gli ha permesso di riconfigurare la propria immagine pubblica e, forse, di riconciliarsi con se stesso.
Paul Weitz e l’arte di raccontare l’ordinario che spezza il cuore
Regista dal tocco misurato (si ricordi, tra gli altri, *American Pie* ma anche il più intimo *About a Boy*), Weitz costruisce il film per sottrazione: niente musiche pompose, niente primi piani che urlano la sofferenza. Le inquadrature seguono Matthew mentre impara a fare lo chignon alla figlia, mentre piange in macchina prima di entrare a un colloquio di lavoro, mentre sbaglia e poi riprova. Non c’eroismo, né falsa retorica sulla resilienza: solo la cronaca minuziosa di un lutto che diventa, giorno dopo giorno, un atto d’amore pratico. E proprio questa essenzialità – così lontana dai toni urlati della serialità contemporanea – rende *Un padre* un’opera che non cerca il consenso facile, ma che si insinua nello spettatore con la forza silenziosa della verità.
Cambio di palinsesto, nessuna resa: la scommessa della prima serata
La decisione di sostituire *Morgane* con questo film, dunque, non appare come un ripiego ma come una scommessa sul racconto umano. Chi si sintonizzerà su Rai 1 alle 21.30 del primo aprile troverà, invece del detective geniale, un vedovo qualsiasi alle prese con la paternità forzata. E forse, proprio in questo scarto tra l’atteso e l’offerto, risiede il coraggio della programmazione: restituire spazio a storie che non hanno bisogno di indagini, perché la loro indagine è già tutta dentro un uomo che tiene in braccio una bambina, e cerca di non farla cadere.




