La piramide rovesciata della sanità territoriale: in Italia mancano all’appello 5.716 medici di famiglia e il peso delle cure ricade su pochi professionisti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fotografia scattata dalla Fondazione Gimbe, e basata sui dati Sisac aggiornati al primo gennaio 2025, restituisce l’immagine di un servizio essenziale che arranca sotto il peso di una domanda crescente e di un’offerta professionale in caduta libera. In Italia, il numero di medici di medicina generale è insufficiente per garantire quella prossimità assistenziale che rappresenta la fondamentale porta d’ingresso al sistema sanitario nazionale, con un deficit che, a livello nazionale, tocca quota 5.716 unità distribuite in diciotto regioni. La Lombardia guida questa classifica negativa con un vuoto di 1.540 camici bianchi, seguita dal Veneto, dove ne mancano 747, e dalla Campania, ferma a -643; ma l’elenco è lungo e comprende, subito dopo, l’Emilia-Romagna con 502 posti vacanti, il Piemonte con 463, la Toscana con 394 e il Lazio con 358. Non si registrano scoperture, stando all’analisi, solo in Basilicata, Molise e Sicilia, sebbene il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, abbia messo in guardia sulla possibilità che, anche lì, possano celarsi criticità in specifici ambiti territoriali o in singole aree carenti.

Il dato crudo dei posti vacanti, però, racconta solo una parte della storia. Per comprendere l’entità del fenomeno, occorre guardare al carico di lavoro che grava su chi resta in trincea: i 36.812 medici di famiglia attualmente in servizio hanno in carico oltre 50,9 milioni di assistiti, con una media nazionale di 1.383 pazienti a testa, un valore che si discosta sensibilmente dal rapporto ottimale individuato da Gimbe in un professionista ogni 1.200 assistiti. In alcune regioni, questo parametro viene ampiamente superato, e la libera scelta del cittadino, uno dei principi cardine della medicina convenzionata, diventa un miraggio: in Lombardia si raggiungono i 1.533 assistiti per medico, in Veneto si toccano i 1.526 e nella Provincia autonoma di Bolzano si arriva a 1.525, mentre il Friuli Venezia Giulia si attesta a 1.473, la Valle d’Aosta a 1.432 e la Campania a 1.425.

L’allarme pensionamenti e la fuga dalla professione che svuota gli ambulatori

Se il presente è complesso, il futuro immediato si presenta con contorni ancora più netti, segnato da un ricambio generazionale che non decolla. Secondo le stime della FIMMG, la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, entro il 2028 ben 8.180 medici di famiglia raggiungeranno l’età pensionabile, e il dato rischia di essere sottostimato considerando la possibilità, per molti, di ritirarsi anticipatamente rispetto alla soglia dei settanta anni. Parallelamente, la professione sembra aver perso gran parte della sua attrattività agli occhi dei giovani laureati in medicina: le scuole di specializzazione in medicina generale faticano a coprire i posti messi a bando, e quando vengono coperti, si registra un tasso di abbandono del percorso formativo che può raggiungere il 20 per cento. Le cause di questa disaffezione, come emerge dalle analisi di categoria, vanno ricercate in un mix di fattori che includono carichi burocratici asfissianti, responsabilità cliniche elevate e compensi percepiti come non adeguati all’impegno richiesto, senza dimenticare la scarsa integrazione con il resto della rete dei servizi.

In Piemonte, per esempio, il quadro regionale disegnato da Gimbe parla di una carenza di 463 professionisti, ma le cronache locali raccontano di situazioni al limite, con piccoli e grandi centri che restano scoperti. A Settimo Torinese, città di 45mila abitanti, la cessazione dell’attività di una dottoressa ha lasciato i cittadini senza la possibilità di un nuovo assegnatario, costringendo l’Asl TO4 a garantire prestazioni a rotazione, una misura tampone che non risolve la stabilità del servizio. Nel Novarese, su 370 medici operativi, 77 incarichi risultano vacanti, e nel Verbano-Cusio-Ossola si contano diecimila residenti privi di un punto di riferimento stabile.

L’effetto domino sulle aree interne e la risposta frammentata delle regioni

La crisi, come dimostrano i numeri, non risparmia neppure regioni come le Marche, dove la stima del fabbisogno, calcolata sulla base del rapporto ottimale, indica una mancanza di 161 medici di famiglia, mentre la proiezione dei pensionamenti al 2028 parla di 202 professionisti destinati a lasciare. Qui, come altrove, il tema del ricambio si intreccia con la geografia: le zone dell’entroterra e i piccoli comuni faticano doppiamente ad attrarre nuove leve, preferendo queste ultime le aree più popolose e le aggregazioni funzionali che permettono un lavoro in team e una condivisione delle risorse. La stessa dinamica si osserva in Puglia, dove la carenza attuale è di 279 medici, ma la proiezione al 2028 si aggrava fino a stimare 702 posti vacanti, un’emorragia che rischia di lasciare intere aree del territorio senza assistenza di base, complici i pochi iscritti alle scuole di specializzazione e la scarsa propensione dei giovani a intraprendere questo percorso.

In questo scenario, alcune regioni tentano di correre ai ripari con misure emergenziali. Il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, ha approvato all’unanimità un disegno di legge che consente il richiamo in servizio dei medici di famiglia in pensione per tutto il 2026, una toppa che, come hanno sottolineato le opposizioni in aula, non sana il problema strutturale ma cerca di tamponare l’urgenza immediata, in attesa che la programmazione nazionale e regionale possa dare frutti più concreti. L’assessore alla Salute regionale, pur difendendo l’operato, ha parlato di una Regione che non intende sottrarsi alle difficoltà, ma il dibattito politico ha evidenziato come la misura, pur necessaria, non incida sulle cause profonde della carenza, legate anche alla mancata attrattività della carriera.

Il nodo delle Case di comunità e la sfida dell’assistenza territoriale

La cronica mancanza di medici di famiglia arriva proprio nel momento in cui il sistema sanitario nazionale, trainato dagli investimenti del PNRR, prova a ridisegnare l’assistenza territoriale puntando sulle Case di comunità. Queste strutture, chiamate sulla carta a garantire prossimità delle cure e a ridurre la pressione sui pronti soccorso, rischiano di nascere già in affanno se non ci saranno professionisti sufficienti per farle funzionare. Il rischio, concreto e paventato da più parti, è che l’investimento strutturale si scontri con l’assenza di personale, trasformando le nuove architetture sanitarie in contenitori vuoti o parzialmente utilizzati. L’analisi di Gimbe, incrociando i dati dei pensionamenti con quelli dei nuovi ingressi, stima un gap che supera i 2.700 medici di famiglia, un divario che non potrà essere colmato né con le borse di studio attuali, spesso non interamente coperte, né con il ricorso a misure tampone come il richiamo in servizio dei pensionati.

Il carico di lavoro che grava sui medici rimasti, inoltre, non è solo quantitativo ma anche qualitativo: la popolazione italiana invecchia e con essa crescono le patologie croniche, che richiedono tempo, competenza e continuità assistenziale. Oggi, un medico di famiglia segue in media un numero di assistiti che, in molte regioni, supera abbondantemente la soglia dei 1.500, arrivando in alcuni casi a sfiorare i 1.800, numeri che rendono oggettivamente complessa una gestione appropriata e tempestiva, soprattutto per i pazienti più fragili. La media nazionale di 1.383 pazienti per medico fotografa un sistema al limite, dove il principio di equità nell’accesso alle cure viene messo a dura prova e dove la professione medica, nella sua declinazione territoriale, arranca nel tentativo di coniugare la domanda crescente con risorse umane in costante diminuzione.

description: In Italia mancano 5.716 medici di base. L'analisi Gimbe regione per regione: carichi di lavoro insostenibili e pensionamenti mettono a rischio l'assistenza territoriale.

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