Femminicidio di Venaria, la nipote: “Mia zia era terrorizzata dal marito, ma non voleva denunciare”
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Redazione Interno
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«Denunciate, denunciate sempre. Parlate, non abbiate paura». È questo l’appello lanciato dalla nipote di Cinzia D’Aries, la donna di 56 anni uccisa a coltellate dal marito, Pietro Quartuccio, 58enne, nella notte tra sabato e domenica scorsi a Venaria Reale. Un grido che risuona forte durante la fiaccolata organizzata per ricordare Cinzia, ma che arriva troppo tardi per lei, vittima di un femminicidio che, a posteriori, sembrava annunciato da una serie di segnali inquietanti.
Cinzia, che aveva già subito violenze ripetute, era terrorizzata dal compagno, ma non aveva mai voluto sporgere denuncia. «Prima o poi quella la ammazzo», aveva detto Quartuccio alla vicina, in una frase che oggi suona come una tragica premonizione. L’uomo, che aveva un passato segnato da instabilità mentale e un precedente tentato omicidio, ha colpito la moglie con almeno quattro coltellate, una delle quali al torace, prima di tentare il suicidio ingerendo psicofarmaci. Un gesto estremo che, secondo quanto emerso, non era il primo: «Ci aveva già provato altre volte», hanno raccontato fonti vicine alla coppia.
La vicenda, che si aggiunge a due altri femminicidi avvenuti nel territorio torinese in meno di un mese, riaccende il dibattito sull’efficacia degli strumenti di prevenzione e protezione delle vittime di violenza domestica. I sindacati Cgil, Uil e Cisl, in una nota congiunta, hanno sottolineato come l’ammonimento del questore non sia sufficiente: «Chiediamo la convocazione di un tavolo di coordinamento», hanno dichiarato, evidenziando la necessità di un intervento più incisivo e di una maggiore consapevolezza da parte di chi assiste a minacce o violenze.
Quello che emerge, ancora una volta, è un quadro in cui i segnali di allarme vengono troppo spesso sottovalutati, sia dalle vittime, spesso paralizzate dalla paura, sia da chi potrebbe intervenire. Cinzia, come molte altre donne, aveva scelto di non denunciare, forse sperando che la situazione potesse migliorare o forse perché non credeva che le istituzioni potessero proteggerla. La sua morte, però, è un monito crudele: la violenza domestica non è mai un “fatto privato”, ma una questione che riguarda tutti, e che richiede un impegno collettivo per essere contrastata.




