Il paradosso dell’innovazione italiana: eccellenze mondiali e un paese che non si digitalizza
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Redazione Economia
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C’è una frattura, sottile ma profonda, che attraversa il sistema paese e che il nuovo Global Innosystem Index 2026, elaborato dal TEHA Group (la società di consulenza strategica nata dall’evoluzione di The European House – Ambrosetti), ha messo nero su bianco durante l’ultimo Technology Forum di Stresa. Da un lato, l’Italia continua a produrre eccellenze industriali, scientifiche e tecnologiche che il mondo intero ci invidia – basti pensare alla qualità della ricerca accademica o alla competitività dell’export manifatturiero – ma dall’altro, non riesce proprio a trasformare questi gioielli in un sistema innovativo diffuso, stabile e capace di competere senza sussulti. Ecco il grande paradosso, sempre uguale a se stesso: siamo bravissimi in pochi, selezionati campi, eppure restiamo indietro proprio lì dove servirebbe una cultura digitale che tocchi la vita di tutti i giorni, non solo i laboratori d’eccellenza.
Un trentunesimo posto che nasconde più di quanto dica
Secondo l’indice presentato alla quindicesima edizione del Technology Forum di Stresa (appuntamento di riferimento, va detto, per chi segue il rapporto tra innovazione, industria e competitività), l’Italia occupa la trentunesima posizione su quarantanove paesi analizzati per capacità di innovazione. Un piazzamento stabile rispetto al 2023, che però – se lo si guarda da vicino – finisce per raccontare due storie molto diverse. La prima è quella delle eccellenze solide: la ricerca scientifica tiene botta, l’export manifatturiero viaggia spedito e alcune infrastrutture tecnologiche avanzate, in particolare nel campo del supercalcolo (quelli che gli addetti ai lavori chiamano HPC), fanno invidia a molti. La seconda storia, meno rassicurante, è quella dei ritardi strutturali che nessuna eccellenza riesce a compensare. Siamo ultimi tra le economie dell’Europa occidentale, e anche dietro a Spagna e Portogallo, due paesi con i quali amiamo confrontarci ma che qui ci lasciano indietro senza troppe cerimonie.
Il capitale umano e gli investimenti privati: i due buchi neri
A pesare sul posizionamento italiano non è tanto la mancanza di idee o di geni isolati, quanto l’assenza di una cultura digitale diffusa che faccia da collante tra università, imprese e vita civile. Il Global Innosystem Index 2026 lo sottolinea con chiarezza: i nostri punti deboli restano il capitale umano – formato, sì, ma non abbastanza integrato nei processi innovativi quotidiani – e gli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Troppo pochi, troppo frammentati, troppo dipendenti dalla spinta pubblica. E così, mentre Singapore guida la classifica mondiale (seguita da Israele e Regno Unito), l’Italia resta ferma, con le sue eccellenze che fanno da vetrina e un interno che arranca. Il paradosso, appunto: possediamo infrastrutture di supercalcolo avanzate, ma fatichiamo a trasformarle in un vantaggio competitivo per il sistema paese.
Dieci mosse per colmare un divario che si allarga
Lo stesso studio prova a indicare una strada, senza illusioni o facili ottimismi: servirebbe un decalogo di interventi – quelli che nel dibattito si chiamano “le dieci cose da fare” – per provare a ricucire lo strappo tra eccellenze globali e ritardi locali. Si parla di investire sulla formazione digitale fin dalle scuole, di incentivare la ricerca privata con meccanismi più intelligenti delle solite detrazioni, e di creare ponti stabili tra i centri di ricerca pubblici e le piccole e medie imprese (che da sole rappresentano la spina dorsale del manifatturiero italiano). Nessuna bacchetta magica, chiaro. Ma il senso è uno: se continui a produrre cervelli e poi li lasci andare via, o li fai lavorare in compartimenti stagni, l’ecosistema dell’innovazione non decolla. E il dato del trentunesimo posto – stabile, ripetono i rapporti – non è un segnale di tenuta, ma il sintomo di una immobilismo che ormai conosciamo a memoria.




