Cannabis light sotto sequestro, mentre l'allarme vero viene dai laboratori clandestini
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Redazione Interno
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Le forze dell'ordine hanno avviato una serie di controlli e sequestri nei cannabis shop di tutta Italia, un'ondata repressiva scattata dopo la tragedia di Erhan, il giovane di ventitré anni morto a Milano precipitando dal balcone di un bed and breakfast dove alloggiava. La dinamica dell'incidente, come riportano le indagini, sarebbe legata all'assunzione di cannabis adulterata con una sostanza sintetica, un catinone inizialmente ipotizzato e poi identificato, dalle successive analisi di laboratorio, nel pericoloso cannabinoide sintetico Mdmb-pinaca. Proprio questo composto chimico, creato per eludere i divieti sulle sostanze naturali, è al centro dell'allarme lanciato dal dipartimento antidroga di Palazzo Chigi, che ha ricordato come in Europa si siano già verificati casi di intossicazione grave e persino letale collegati a prodotti analoghi.
Il paradosso della repressione sul mercato legale
La risposta istituzionale alla morte del ragazzo, tuttavia, sembra seguire un doppio binario, finendo per colpire in modo generalizzato un settore, quello della cannabis light, che per definizione commercializza prodotti a basso tenore di Thc. Mentre il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ammonisce sui pericoli delle nuove sostanze psicoattive, le cui tracce si perdono nella filiera clandestina, l'azione repressiva si concentra sugli esercizi visibili, con denunce e sequestri che rischiano di affossare un'indotto economico legittimo. Una contraddizione, questa, che non affronta il cuore del problema, ossia la mancanza di una regolamentazione chiara e di controlli efficaci sulla purezza del prodotto, l'unica barriera possibile contro l'ingresso nel mercato di composti adulterati e letali.
Il pronunciamento del Consiglio di Stato e l'incertezza normativa
A complicare ulteriormente lo scenario, rendendolo oscillante tra allarmi sanitari e incertezze giuridiche, è intervenuto il Consiglio di Stato, il quale ha sospeso gli effetti della decisione del Tar del Lazio che aveva avallato il decreto ministeriale volto a classificare il cannabidiolo (Cbd) tra le sostanze stupefacenti. Quella sospensione, necessaria a proteggere temporaneamente centinaia di aziende e migliaia di posti di lavoro, ha evitato che un intero comparto venisse azzerato da un giorno all'altro, ma non ha portato stabilità. Lasciando il settore in una zona grigia, dove la legalità del prodotto è costantemente in bilico, si crea un terreno fertile per le speculazioni e, soprattutto, si abdica al dovere di offrire ai consumatori un quadro sicuro e trasparente, spingendo qualcuno di loro verso canali opachi dove il rischio di incappare in sostanze adulterate è incomparabilmente più alto.
La questione di fondo: sicurezza vs proibizionismo
Il caso della morte del giovane a Milano, dunque, dovrebbe imporre una riflessione che vada al di là delle semplici operazioni di polizia. Concentrarsi esclusivamente sulla chiusura dei negozi autorizzati, i quali vendono un'infiorescenza che di per sé "non c'entra nulla" con le molecole sintetiche killer, significa combattere una battaglia contro un nemico sbagliato. Il vero avversario da contrastare risiede nei laboratori clandestini che producono cannabinoidi sintetici come l'Mdmb-pinaca, sostanze il cui profilo di rischio è ampiamente ignoto a chi le acquista e la cui potenza può innescare reazioni psicotiche e tragiche. Senza un cambio di paradigma, che passi da un approccio puramente proibizionista a uno di regolamentazione responsabile e controllo di qualità, gli allarmi resteranno sterili e il mercato nero, con i suoi prodotti adulterati, continuerà a prosperare nell'ombra, con conseguenze che, purtroppo, sono già sotto i nostri occhi.




