Un emendamento sulla cannabis light fa discutere, ma viene subito ritirato
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Redazione Interno
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Nel giro di poche ore, un emendamento alla legge di Bilancio ha acceso e spento i riflettori sul complicato dossier della cannabis cosiddetta "light", gettando ulteriore confusione su un settore già in profonda crisi. A firmare la proposta, che intendeva riaprire lo smercio delle infiorescenze di canapa a bassissimo contenuto di Thc, è stato un esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito che, con il decreto Sicurezza, aveva di fatto vietato la vendita equiparando quelle sostanze a stupefacenti. L’iniziativa parlamentare, che alcuni hanno interpretato come un ripensamento, ha invece avuto vita brevissima, ritirata dopo poco dal suo stesso proponente, lasciando intatto il vuoto normativo che da mesi tormenta operatori e consumatori.
Il quadro legislativo che ha creato il caos
La radicale inversione di marcia, seppur momentanea, ha riportato l’attenzione sulla normativa attuale, che affonda le sue radici in un provvedimento del precedente governo. È l’articolo 18 del decreto Sicurezza, infatti, ad aver posto fine alla vendita della cannabis light, stabilendo che le infiorescenze, indipendentemente dalla percentuale di Thc, siano da considerarsi droghe. Una scelta, questa, che ha provocato un effetto domino: decine di attività commerciali sono state costrette a chiudere i battenti in tutta Italia, con sequestri e azioni giudiziarie che hanno toccato anche semplici rivenditori, mentre il valore potenziale di un mercato stimato in centinaia di milioni di euro andava in fumo insieme a migliaia di posti di lavoro.
Le implicazioni economiche e le reazioni degli operatori
Gli strascichi giudiziari della norma sono sotto gli occhi di tutti, con procedimenti penali aperti in diverse procure e imprenditori che si sono visti rovesciare da un giorno all’altro un intero settore. La proposta di emendamento sembrava voler tracciare una strada diversa, tentando di imbrigliare il fenomeno in un canale rigidamente controllato dallo Stato. L’idea, che alcuni hanno giudicato come un tentativo di trasformare un divieto in una nuova fonte di entrate, prevedeva infatti di affidare la gestione del commercio all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, colpendo le vendite con un’imposta del quaranta per cento, paragonabile a quella applicata sui tabacchi lavorati. Una soluzione che, di fatto, avrebbe delegato a un ente pubblico, sotto la vigilanza del ministero dell’Economia, la regolamentazione di un mercato fino a poco prima criminalizzato.
Un settore in attesa di chiarezza
Il rapido dietrofront politico ha però riportato la situazione al punto di partenza, alimentando le polemiche di chi, nel settore, denuncia da tempo l’assenza di una linea chiara. La paradossale sequenza degli eventi – il divieto, la proposta di una tassazione statale e il successivo ritiro – non fa che accrescere la percezione di un immobilismo frutto più di calcoli politici che di una valutazione ponderata della materia. Senza un intervento legislativo organico, che distingua definitivamente le infiorescenze a uso industriale e terapeutico dalle sostanze stupefacenti, il comparto della canapa legale rimarrà in un limbo, esposto a interpretazioni contrastanti delle forze dell’ordine e della magistratura, con conseguenze devastanti per un’intera filiera economica che aveva conosciuto, prima dell’intervento del legislatore, una fase di notevole espansione.




