Valanga in Val Ridanna, il bilancio definitivo è di due morti e cinque feriti: tra questi una giovane bresciana in condizioni critiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono ore di conto alla rovescia per i feriti ricoverati negli ospedali tra l'Alto Adige e il Tirolo austriaco, dopo la tragedia che ha colpito la Val Ridanna nella mattinata di ieri, sabato 22 marzo. La valanga, staccatasi dalla Cima d’Incendio, ha coinvolto un gruppo di 25 scialpinisti che stavano affrontando il pendio, un’area conosciuta per la sua esposizione ma che in quel frangente si è rivelata letale. Il fronte della slavina, largo circa 150 metri e sviluppato per alcune centinaia di metri lungo il pendio ripido, ha travolto in pieno sei persone, lasciando le altre sfiorate dalla massa nevosa che continuava la sua corsa verso valle.

Le vittime e le operazioni di soccorso in alta quota

Sono due gli uomini che hanno perso la vita in questo dramma. Si tratta di Martin Parigger, guida alpina di 62 anni residente proprio in Val Ridanna, e di Alexander Frötscher, 57 anni, originario di Vipiteno. Oltre ai due decessi, il bilancio fornito dalla Centrale di emergenza di Bolzano conta cinque feriti, di cui tre in condizioni definite gravissime; tra questi ultimi, le autorità sanitarie hanno identificato una giovane donna originaria della provincia di Brescia, il cui stato di salute ha subito destato la massima preoccupazione. Gli altri due feriti, invece, hanno riportato traumi di minore entità, che non sarebbero pericolosi per la vita.

La macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente dopo la chiamata di emergenza, arrivata alla centrale operativa intorno alle 11:40. Sul posto è stata coordinata un’operazione imponente che ha mobilitato circa ottanta soccorritori, coinvolgendo diverse forze: il Soccorso alpino (Cnsas), l’Alpenverein, la Guardia di Finanza con le unità cinofile specializzate nella ricerca sotto la neve, e i vigili del fuoco della zona. I mezzi aerei hanno giocato un ruolo cruciale, con sei elicotteri che hanno sorvolato l’area di Racines, decollati sia dall’Alto Adige – tra cui i tre Pelikan e l’Aiut Alpin Dolomites – sia dal vicino Tirolo austriaco, dove è intervenuto il Christophorus 1 di Innsbruck.

Il quadro sanitario e le sfide per i feriti gravi

Per fronteggiare l’emergenza, gli ospedali della regione e quelli oltre confine sono stati messi in stato di preallarme immediato. Le strutture di Bolzano, Merano, Bressanone e la clinica universitaria di Innsbruck hanno verificato la disponibilità di posti letto in terapia intensiva e, nei casi più critici, la possibilità di attivare trattamenti di supporto vitale extrareo, i cosiddetti sistemi Ecmo, utilizzati nei traumi maggiori per garantire la funzionalità cardiorespiratoria. La complessità logistica del recupero in ambiente ostile, dove la neve fresca si era accumulata su pendii molto ripidi, ha richiesto l’impiego di tecniche di elisoccorso avanzate.

Tutti gli scialpinisti coinvolti, come da prassi in queste escursioni invernali, erano dotati di Artva, l’apparecchio ricetrasmittente che permette di localizzare rapidamente una persona sepolta dalla neve. Un dispositivo che, in questo caso, ha certamente accelerato le operazioni di scavo e trasporto, sebbene nulla abbia potuto per le due vittime, già prive di vita al momento del ritrovamento tra le masse nevose.

Un’analisi dei numeri e del contesto territoriale

Il numero complessivo delle persone coinvolte – 25 – ha subito fatto scattare il piano di maxi-emergenza, con il coordinamento che ha coinvolto anche le centrali operative oltreconfine. La valanga è partita in prossimità della cima e, sviluppandosi per l’intera lunghezza del pendio, ha creato un’onda di neve che ha sorpreso i componenti dei diversi gruppi presenti in zona. Le autorità hanno ribadito che si è trattato di un evento di dimensioni significative, non solo per il fronte di distacco ma per la violenza con cui la slavina ha investito il canalone.

La tragedia arriva a pochi giorni di distanza da un’altra ricorrenza dolorosa per l’alpinismo altoatesino, quella della valanga di Monte Nevoso, che dieci anni fa causò sei vittime, rappresentando ancora oggi uno degli eventi più luttuosi della storia recente delle Dolomiti. In questo contesto, l’attenzione rimane alta sulle condizioni dei ricoverati, mentre la comunità tecnica delle guide alpine si stringe attorno ai familiari delle vittime, in attesa che gli accertamenti di rito facciano piena luce sulla dinamica precisa del distacco.

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