Opas Intesa-Mps, il cda di Siena boccia l'offerta e apre a Banco Bpm: la battaglia si gioca sul tempo
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Redazione Economia
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L'offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria lanciata da Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi di Siena ha compiuto un ulteriore passo formale, mentre sul fronte opposto si infittiscono le manovre per costruire un'alternativa industriale che possa evitare lo smembramento della banca più antica del mondo.
Il consiglio di amministrazione dell'istituto senese, presieduto da Cesare Bisoni, ha infatti bocciato senza appello i termini dell'Opas promossa da Carlo Messina, giudicando il corrispettivo economico non adeguato, le sinergie prospettate eccessivamente ottimistiche e, soprattutto, inaccettabile il progetto che prevede la cessione a Unipol di circa 635 filiali, di una parte consistente della clientela e dello storico marchio Monte dei Paschi.
Parallelamente, il board ha aperto all'ipotesi di fusione con Banco Bpm, ritenuta meritevole di approfondimenti perché basata sulla valorizzazione dell'intero perimetro dell'istituto e non sul suo spacchettamento.
L'ok del cda di Intesa e l'aumento di capitale da 30,6 miliardi
Nonostante le critiche piovute da Siena, la macchina organizzativa dell'Opas continua a muoversi secondo i binari tracciati da Ca' de Sass. Lunedì 20 luglio, il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo presieduto da Gian Maria Gros-Pietro ha approvato la documentazione che sarà sottoposta all'assemblea degli azionisti convocata per il 10 settembre. In quella sede, i soci saranno chiamati a deliberare sull'aumento di capitale, in più tranche e in forma scindibile, fino a un massimo di 30,6 miliardi di euro, con termine ultimo fissato al 10 settembre 2027.
Un passaggio tecnico di grande rilevanza, che segue l'iter previsto dalla normativa e che tiene conto della complessità dell'operazione, inclusa l'eventuale acquisizione delle residue quote di minoranza se Intesa dovesse raggiungere almeno il 95% del capitale Mps. La documentazione destinata agli azionisti, che normalmente viene pubblicata circa un mese prima dell'assemblea, potrebbe essere resa disponibile già entro il 10 agosto, mentre proseguono le interlocuzioni con le autorità di vigilanza dei circa 60 Paesi in cui i due gruppi operano.
La valutazione del cda Mps: premio insufficiente e rischi regolamentari
La risposta del consiglio di amministrazione di Montepaschi, arrivata al termine di un'approfondita analisi condotta con il supporto degli advisor UBS Europe e BofA Securities, è stata netta. Secondo il board, il corrispettivo offerto da Intesa – pari a 1,6 azioni di nuova emissione di Intesa Sanpaolo e 1 euro in contanti per ogni titolo Mps – incorpora un premio del 12,5% rispetto al prezzo del 5 giugno, una soglia ritenuta "lontana" dalla media del 30% registrata nelle principali operazioni di consolidamento del settore bancario italiano.
Anzi, ai prezzi di mercato di metà luglio, l'offerta esprimerebbe addirittura uno sconto del 3,3%, destinato a salire al 6,2% considerando il dividendo interim che Intesa ha in programma di distribuire. Ma la contestazione non si limita al dato numerico.
Il cda ha messo in guardia anche sui rischi regolamentari, a partire dalle criticità Antitrust derivanti dall'ulteriore rafforzamento del gruppo guidato da Carlo Messina, e sull'incognita del Danish Compromise, il cui mancato riconoscimento da parte delle autorità di vigilanza comporterebbe un impatto negativo stimato di circa 60-70 punti base sul Cet1 ratio pro-forma della banca.
L'alternativa di Banco Bpm e il nodo dei tempi
Di fronte a uno scenario giudicato poco favorevole, gli occhi di Rocca Salimbeni sono puntati su Banco Bpm e sulla proposta di fusione alla pari avanzata da Giuseppe Castagna. Un'operazione che, a differenza dello "spezzatino" di Intesa, consentirebbe di preservare l'integrità del gruppo, la sua rete e il suo marchio storico.
Il consiglio di amministrazione ha infatti confermato che proseguono le analisi su questa ipotesi, ritenuta "meritevole di ulteriori approfondimenti" e che lo schema del progetto verrà esaminato nel prossimo cda, previsto per il 6 agosto. Tuttavia, la partita si gioca ora sui tempi.
Mentre Intesa ha già un'offerta concreta, un calendario definito e l'assemblea per l'aumento di capitale fissata a settembre, la fusione tra Mps e Banco Bpm richiederebbe ancora passaggi complessi: dalla definizione del concambio e della governance, alla pubblicazione del progetto (che deve avvenire almeno 30 giorni prima dell'assemblea), fino all'autorizzazione della Bce e al decorso dei termini per le eventuali opposizioni dei creditori.
Un iter che potrebbe richiedere quasi tre mesi, un lasso di tempo potenzialmente fatale, poiché se Intesa dovesse raggiungere la soglia del 66,67% del capitale di Mps prima del perfezionamento della fusione, l'aggregazione con Banco Bpm diventerebbe di fatto impraticabile.
Il ruolo chiave di Crédit Agricole e gli equilibri di potere
In questo quadro, un ruolo decisivo è destinato a giocarlo Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con il 29,3% del capitale. Il sostegno della banca francese è considerato indispensabile per la riuscita dell'operazione, e il suo eventuale via libera la porrebbe di fronte a un bivio: rimanere nella compagine sociale, accettando la diluizione della propria quota, o optare per l'exit attraverso l'acquisizione di alcuni asset di Mps.
L'operazione, che godrebbe anche del sostegno del governo (che non ha più un ruolo diretto dopo la riduzione della partecipazione pubblica sotto il 5%), mira a creare un nuovo polo bancario da circa 70 miliardi di euro di capitalizzazione. Un dossier che inevitabilmente chiama in causa anche gli altri grandi protagonisti del risiko, a partire da Unicredit di Andrea Orcel, che osserva con attenzione la partita.
Tra le righe, la battaglia per il Monte dei Paschi si conferma essere molto più di una semplice operazione finanziaria: un nodo cruciale per ridefinire gli assetti del sistema creditizio italiano, dove il controllo di Mediobanca e la quota indiretta in Generali rappresentano il vero premio per il vincitore.




