Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, tra commemorazioni e il monito dei sindaci
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Redazione Interno
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Il 18 marzo, data che per l’Italia segna l’anniversario di uno dei momenti più bui della sua storia repubblicana – quel 2020 quando i camion militari sfilavano a Bergamo carichi di bare – è tornato a imporsi all’attenzione collettiva come Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus. Un’istituzione, quella voluta dal Parlamento nel 2021, che ha visto un Paese intero fermarsi, seppur in forme diverse e distribuite sul territorio, per onorare i suoi defunti e per riflettere su quanto accaduto. Da nord a sud, le amministrazioni comunali hanno disposto l’esposizione delle bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici, un gesto silenzioso ma denso di significato che ha accompagnato cerimonie sobrie e partecipate. A Macerata, ad esempio, il sindaco Sandro Parcaroli ha deposto una corona d’alloro presso il cimitero civico, circondato dalle autorità e dalla cittadinanza, per ricordare i concittadini scomparsi; un atto, il suo, che ha voluto sottolineare come quelle vittime non siano mai state semplici numeri, bensì volti noti, storie intrecciate con la vita del territorio e affetti che il tempo non potrà cancellare. E mentre il capoluogo marchigiano si raccoglieva in preghiera con il vescovo Nazzareno Marconi, una delegazione partiva invece da Codogno, il comune lodigiano che fu epicentro del primo focolaio, alla volta di Vo’, in Veneto. Un gesto di gemellaggio nella sofferenza e nella memoria, per testimoniare come quei due luoghi, legati a doppio filo dall’esperienza della prima zona rossa, sentano ancora il dovere di condividere il ricordo di quei giorni drammatici.
Il sacrificio silenzioso degli infermieri e il peso della memoria professionale
In questo scenario di cordoglio nazionale, una delle voci che ha scelto di parlare con maggiore incisività è stata quella del nucleo catanese della Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermiere/i (CNAI), un’associazione professionale con una storia lunga e autorevole che affonda le sue radici nel 1946. I rappresentanti del gruppo etneo, nelle persone di Giovanna Spanò, Calogero Coniglio, Maurizio Cirignotta, Biagio Cirino e Silvio Caceci, hanno voluto accendere un faro su un aspetto specifico e toccante di quella tragedia sanitaria: il tributo di sangue pagato dalla categoria. Non hanno parlato in astratto, ma hanno ricordato quei circa novanta infermieri che, in tutta Italia, hanno perso la vita a causa del contagio contratto durante il servizio, a cui si aggiungono le centinaia di migliaia di contagi che hanno messo in ginocchio reparti interi. Un dato, quest’ultimo, che fotografa in maniera impietosa l’esposizione al rischio di questi professionisti, costretti a combattere in prima linea, spesso senza i dispositivi adeguati, in un contesto di emergenza assoluta. La riflessione della CNAI, però, non si è limitata al mesto computo delle perdite, ma si è estesa alle condizioni attuali del personale, quasi a voler tirare le somme di una battaglia che, sul piano organizzativo, non è ancora del tutto conclusa. Carenze di organico croniche, turni di lavoro massacranti che logorano il fisico e lo spirito, e la piaga sempre più frequente delle aggressioni negli ospedali e nei presidi territoriali: sono questi i fattori che, secondo i professionisti catanesi, continuano a minare la qualità dell’assistenza e la serenità degli operatori, in Sicilia come altrove.
Il silenzio delle istituzioni e il grido d’allarme dei sindacati
Mentre le corone venivano deposte e le bandiere restavano a mezz’asta, da più parti si levavano però interrogativi non rituali su quanto sia stato effettivamente metabolizzato, a livello strutturale, l’impatto della pandemia. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, intervenuto proprio a Bergamo, cuore pulsante della commemorazione, ha parlato di quel luogo come di una “memoria nazionale”, richiamando l’immagine indelebile dei mezzi militari e ringraziando quanti, dai sanitari alla protezione civile, si spesero senza risparmiarsi. Ma accanto alla retorica necessaria del ricordo, si è fatta strada la denuncia puntuale di chi, in quei reparti, continua a lavorare. Il sindacato Nursind, per bocca del suo segretario nazionale Andrea Bottega, ha lanciato un allarme preciso: a sei anni di distanza, l’Italia non ha ancora un piano pandemico aggiornato e strutturato, e molti degli interventi di potenziamento promessi con il decreto Rilancio del 2020 e poi con il Pnrr restano inattuati o parzialmente realizzati. Mancano ancora all’appello circa millesettecento posti letto di terapia intensiva, un dato che la dice lunga sulla resilienza reale del sistema. Ma è sul territorio, forse, che la situazione appare più paradossale: le famose Case della comunità, pilastri della sanità territoriale voluta dalla missione europea, avrebbero dovuto essere presidiate da un esercito di infermieri, e invece, a conti fatti, se ne contano meno della metà di quelli necessari, con un buco di circa novemilaseicento professionisti. Una beffa, l’hanno definita dal sindacato, che si aggiunge al dolore per i colleghi caduti, costringendo il personale a operare ancora in un clima da “emergenza permanente”, come dimostrano le proroghe legislative che consentono deroghe e assunzioni straordinarie, tipiche di una fase acuta che tale non dovrebbe più essere.
Da Roma alle periferie, un filo rosso di preghiera e vicinanza
Parallelamente agli eventi istituzionali e alle rivendicazioni sindacali, la Giornata nazionale ha assunto anche i contorni di un evento spirituale diffuso. A Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, luogo simbolo della cristianità e custode della tomba di Papa Francesco, è stata celebrata una messa in suffragio delle oltre duecentomila vittime, un momento corale voluto dalle associazioni dei familiari per dare voce a chi, nei mesi più bui, non ha potuto nemmeno salutare i propri cari con un funerale dignitoso. Un’esigenza, quella di ricomporre un lutto spesso solitario e frammentato, che accomuna molte famiglie italiane. Nel frattempo, anche in centri più piccoli come Rovigo, l’amministrazione ha disposto il lutto delle bandiere, non come mero adempimento burocratico, ma come segno tangibile di vicinanza a tutte le famiglie colpite e per ribadire la gratitudine verso quanti, in quei mesi, si spesero con dedizione. Ogni comune, insomma, ha ritrovato il suo rito, la sua maniera per fare i conti con una ferita che, a guardare i numeri e le testimonianze, non si è ancora completamente rimarginata, e che continua a interpellare la coscienza collettiva e le scelte della politica.




