Il video in sala operatoria e l’accusa di falso: il cellulare di un’infermiera al centro dell’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Napoli, nell’ambito delle indagini sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi, ha compiuto un nuovo e significativo atto investigativo che potrebbe ridefinire l’intera ricostruzione dei fatti. I pubblici ministeri, al lavoro per chiarire le esatte dinamiche di quel tragico 23 dicembre, hanno posto sotto sequestro il telefono cellulare di un’infermiera presente in sala operatoria, un dispositivo che si sospetta contenga materiale audiovisivo, ovvero foto e video, girati durante le fasi dell’intervento chirurgico. L’esame forense della memoria del telefono, già calendarizzato per il prossimo 26 marzo, si preannuncia come un passaggio cruciale: quei file, qualora recuperati e integri, potrebbero infatti fornire una prova oggettiva e inconfutabile della sequenza temporale degli eventi, scardinando o confermando le versioni finora ufficiali e gettando luce su ciò che accadde realmente in quelle ore drammatiche.

A rendere ancora più urgente e necessaria questa verifica è la testimonianza di un’altra operatrice sanitaria, una collega della donna a cui è stato sequestrato il telefono, le cui dichiarazioni hanno aperto una crepa profonda nella versione dei fatti sostenuta finora dall’équipe medica. Sentita dagli inquirenti, questa testimone ha riferito di essere certa che tra il momento del cosiddetto "clampaggio aortico" – la procedura che segna l’inizio della circolazione extrarea e prepara l’espianto del cuore malato – e l’effettivo arrivo in sala operatoria del nuovo cuore, proveniente da Bolzano, sia intercorso un lasso di tempo di circa dieci minuti. Un’eternità, in un intervento di tale complessità. La sua certezza, come ha spiegato a verbale, derivava proprio dall’atteggiamento della collega, la quale, con il telefono in mano, era in "trepidante attesa" di riprendere l’arrivo del nuovo organo, e quindi aveva gli occhi puntati sull’orologio del dispositivo. Un dettaglio, questo, che se confermato dalle immagini, dimostrerebbe che il piccolo Domenico sia stato sottoposto alla fase di espianto del suo cuore prima ancora che l’organo donato fosse giunto in sala e, soprattutto, prima che i chirurghi potessero constatarne il tragico stato di compromissione, essendo stato danneggiato dal contatto con il ghiaccio secco durante il trasporto.

L’aggravante del falso e le manomissioni della cartella clinica

Parallelamente all’acquisizione di queste nuove prove, l’inchiesta si è arricchita di un ulteriore, grave capitolo che coinvolge direttamente due dei sette sanitari già indagati per omicidio colposo. Per il primario cardiochirurgo e per la sua vice, infatti, l’ipotesi di reato si è aggravata con l’accusa di falso ideologico in concorso. La Procura, sulla base di un’approfondita analisi della documentazione, ritiene che la cartella clinica del piccolo Domenico sia stata deliberatamente alterata nei giorni successivi all’intervento, con lo scopo di far coincidere gli orari e giustificare, di fatto, una procedura che sarebbe stata eseguita in totale spregio delle più elementari linee guida. In particolare, gli inquirenti sospettano che i medici abbiano modificato l’orario di inizio del clampaggio aortico e della conseguente cardiectomia, facendolo risultare posticipato e quindi concomitante con l’arrivo del cuore nuovo, mentre le testimonianze raccolte e, presto, forse i video, raccontano una storia ben diversa. La stessa mamma del bambino, Patrizia Mercolino, ascoltata in Procura come persona informata sui fatti, ha ribadito di aver visto il contenitore con il cuore giungere al Monaldi alle 14.30, un riferimento temporale che si aggiunge al complesso mosaico indiziario.

La nascita della fondazione: un impegno contro la malasanità

In un contesto segnato dal dolore e dalla ricerca della verità, si è costituita ufficialmente, presso lo studio di un notaio a Napoli, la fondazione intitolata a Domenico Caliendo, un atto fortemente voluto dai genitori del bambino. L’iniziativa, che ha raccolto una significativa mobilitazione e il sostegno economico necessario per il suo avvio, si pone l’obiettivo di trasformare una tragedia personale in un impegno concreto a favore della collettività. La neonata fondazione, presente alla firma dell’atto costitutivo, si propone di offrire supporto legale, ma anche assistenza psicologica e relazionale, a tutte quelle famiglie che si trovano a vivere il dramma di un sospetto caso di malasanità, diventando un punto di riferimento e un baluardo per la prevenzione e la tutela dei diritti dei pazienti più vulnerabili. Un lascito morale e civile che porta il nome di Domenico, mentre la giustizia cerca di fare piena luce su quanto accaduto in quella sala operatoria, dove un semplice cellulare, oggi, potrebbe contenere la chiave per ricostruire l’esatta sequenza di errori che ha portato alla morte di un bambino.

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