Andrea Kimi Antonelli vince il Gp di Cina, prima storica affermazione in carriera per il diciannovenne bolognese

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La domenica di sole di Shanghai regala all’Italia un’emozione che mancava da vent’anni. Andrea Kimi Antonelli, appena diciannove anni, vince il Gran Premio di Cina e firma la sua prima, strepitosa affermazione in Formula 1, la seconda prova del mondiale 2026 che va in scena sul tracciato internazionale di Shanghai. Il giovane pilota bolognese, alfiere della Mercedes, conduce una gara di sostanza e personalità, gestendo il vantaggio accumulato nelle fasi iniziali e controllando il ritorno del compagno di scuderia George Russell, che chiude al secondo posto e regala così la doppietta alle Frecce d’argento. Sul gradino più basso del podio sale Lewis Hamilton, alla sua prima volta tra i primi tre con la Ferrari, mentre chiude quarto l’altro pilota del Cavallino, Charles Leclerc.

Un fine settimana da incorniciare tra pole position e hat trick

Quello che va in archivio per il pilota emiliano è un weekend perfetto, di quelli che segnano una carriera e ne disegnano le traiettorie future. Già nella giornata di sabato Antonelli aveva scritto il proprio nome nei libri di storia della categoria, strappando la pole position e diventando, all’età di diciannove anni, sei mesi e diciassette giorni, il più giovane poleman della storia della Formula 1, un primato che apparteneva a Sebastian Vettel dal lontano 2008. Con la vittoria in gara, alla quale aggiunge anche il giro più veloce, il diciannovenne centra quella tripletta che gli appassionati chiamano hat trick, un’impresa che per un italiano non riusciva dai tempi di Alberto Ascari, e che gli vale l’ingresso in un club ristrettissimo. Il suo diventa così il primo successo italiano in un Gran Premio dopo quello di Giancarlo Fisichella in Malesia nel 2006 con la Renault, un digiuno che pesava e che oggi, al termine di una gara dominata, può dirsi finalmente interrotto.

Il team radio e il rapporto speciale con Toto Wolff

L’emozione, al termine dei cinquantotto giri, è incontenibile e traspare nitida nelle comunicazioni radio tra il pilota e il muretto. Mentre Antonelli taglia il traguardo e si lascia andare a un urlo liberatorio – “Yess! We did it, ce l’abbiamo fatta!” –, la voce del suo ingegnere di pista, Pete Bonnington, lo accoglie con un affettuoso “Andiamo figlio mio!”, prima di ricordargli che quella è una di quelle vittorie che non si dimenticano. Ma è il messaggio di Toto Wolff, il team principal della Mercedes, a racchiudere il senso più profondo di questa affermazione: “My son”, figlio mio, sussurra l’austriaco al giovane pilota, in un’intimità che racconta un legame costruito negli anni. Non è un’esclamazione buttata lì per caso, Wolff, che del ragazzo ha seguito la crescita fin dai tempi dei kart, quando lo portava con sé al simulatore e gli lasciava persino la camera del figlio nella sede di Brackley, ha sempre creduto in lui, difendendolo dalle critiche nel difficile anno d’esordio e aspettando che maturasse il tempo della raccolta.

Il peso della storia e le prestazioni degli avversari

La corsa di Shanghai consegna al campionato un nuovo equilibrio e conferma la bontà delle scelte tecniche della Mercedes, che qui si prende una rivincita morale dopo il successo di Russell in Australia. La Ferrari, dal canto suo, può sorridere per il podio di Hamilton, sette volte campione del mondo, che finalmente trova l’intesa con la Rossa e riesce a impensierire le Frecce d’argento, mentre Leclerc deve accontentarsi di una piazza d’onore che sa di amaro in bocca visto il passo mostrato in qualifica. Per Antonelli, invece, è la consacrazione in una domenica perfetta che lo proietta tra i grandi, lui che solo un anno fa era un debuttante alle prese con gli esami di maturità e oggi si ritrova a tenere testa a mostri sacri come Hamilton e a compagni di squadra esperti come Russell, dimostrando una freddezza e una maturità che non possono passare inosservate nemmeno agli occhi dei più scettici.

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