Giovanni Malagò incontra la Serie A, De Laurentiis attacca: “Abete non è adatto, solo lui può prendere in mano il calcio italiano”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’assemblea della Lega di Serie A, riunita a Milano nel pomeriggio del 20 aprile, ha rappresentato il palcoscenico ideale per l’ennesima, vibrante esternazione del patron del Napoli, Aurelio De Laurentiis. Il tema sul tavolo, caldissimo, riguarda il futuro della presidenza della Figc: una corsa a due che vede contrapposti l’ex numero uno del Coni Giovanni Malagò, sostenuto da diciannove club su venti, e l’attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Giancarlo Abete. Ed è stato proprio per ribadire con forza la propria preferenza, quasi fosse un endorsement privo di ambiguità, che il produttore cinematografico ha preso la parola, attirando l’attenzione dei cronisti presenti.

De Laurentiis, arrivato nella sede di corso Sempione dopo una lunga assenza dalle riunioni collegiali, ha rivelato un retroscena personale, utile a comprendere la genesi della sua posizione. “Stavo partendo per Los Angeles, ero sull’aereo, e ho chiamato Malagò”, ha raccontato a testa alta, sottolineando come l’iniziativa sia stata spontanea e dettata dall’urgenza di dare una scossa a un ambiente che, a suo dire, ristagna da troppo tempo. L’affondo nei confronti dell’establishment è stato chirurgico: la critica a Giancarlo Abete, che pure l’imprenditore definisce “un carissimo amico” e socio in altre attività imprenditoriali, non ha lasciato spazio a interpretazioni. “Non è una persona adatta a fare questo lavoro”, ha sentenziato De Laurentiis, consapevole della durezza delle sue parole ma rivendicando il diritto democratico, e forse il dovere morale, di esprimere un pensiero scomodo.

La motivazione che sta alla base di questo sostegno incondizionato a Giovanni Malagò risiede, per De Laurentiis, esclusivamente nella competenza pratica e nella cifra imprenditoriale del dirigente. “Nessuno meglio di lui”, ha ripetuto più volte nel suo intervento, elencando un curriculum vitae che – sebbene atipico per un vertice federale – rappresenta ai suoi occhi la garanzia di una discontinuità necessaria. “È un imprenditore, è stato al Coni, ha creato il circolo più importante d’Europa e ha venduto Ferrari, Rolls Royce e Maserati a tutto il mondo”. La stoccata ironica, quella che probabilmente farà più rumore nei salotti romani, è arrivata quasi per gioco, quando il patron ha scherzato sull’unico difetto del candidato: “È innamorato della Roma, ma pazienza, sopporteremo anche questo”.

La riforma del calcio e la necessità di un “imprenditore” alla guida

Al di là della querelle sui nomi, le dichiarazioni del presidente del Napoli hanno acceso i riflettori su un malessere più profondo, che riguarda lo stato di salute dell’intero movimento italiano. “Siamo stanchi di essere portati per mano da persone che interpretano i ruoli istituzionali per avere un proprio prestigio”, ha tuonato De Laurentiis, lanciando una frecciata velenosa a quella che considera una casta di burocrati più interessati alla poltrona che al risultato. La sua tesi è lineare e radicale: per risolvere i problemi strutturali del calcio – da quelli legati agli impianti sportivi alle complesse questioni fiscali come il Decreto Crescita – serve un manager capace di vendere e di innovare, non un funzionario abituato a gestire l’esistente.

L’incontro di oggi tra Malagò e le società, previsto nel primo pomeriggio, assume quindi i contorni di un vero e proprio esame di maturità. Il candidato dei club (sostenuto da tutte le squadre di A tranne una) dovrà illustrare le sue ricette su dossier scottanti: il rapporto con la politica per la defiscalizzazione degli stadi, una modifica radicale del Decreto Dignità, ma anche il rilancio dei vivai, con ipotesi che spaziano dall’abolizione delle classifiche giovanili fino al ritorno del vincolo sportivo. Su questi temi, il patron partenopeo si sente profetico. “Mi prendono per visionario – ha aggiunto –, ma dal 2004 dico che il calcio è vecchio, che i bambini non lo guarderanno più, ma nessuno ascolta perché hanno il sedere incollato alla poltrona”.

Il futuro della panchina azzurra e la strategia su Conte

In un clima di attesa per le elezioni federali, fissate per il 22 giugno, non è mancato un accenno, seppur volutamente criptico, al futuro tecnico della nazionale. Interrogato sull’eventualità di vedere Antonio Conte, attuale allenatore del Napoli, sulla panchina dell’Italia, De Laurentiis ha preferito glissare con una risposta secca ma eloquente: “Ho già espresso il mio pensiero da Los Angeles su questo…”. Una dichiarazione, quest’ultima, che lascia intendere come la posizione del patron sia già stata chiarita in precedenza, probabilmente nelle interlocuzioni private che intrattiene con il diretto interessato e con i vertici della Figc.

La giornata milanese, insomma, ha consegnato un copione chiaro: l’asse tra De Laurentiis e Malagò si fa sempre più solido, in funzione anti-Abete e, più in generale, contro quello che il primo definisce un “sistema” incapace di rinnovarsi. Mentre i venti presidenti entravano in aula per ascoltare la presentazione del loro candidato, il patron azzurro ha voluto lasciare il segno, conscio che la partita per il controllo del pallone italiano si giocherà nelle prossime settimane, tra voti ponderati e alleanze da costruire nei meandri delle varie componenti federali.

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