Filippine, il senatore “Bato” si barrica in aula: spari e tensione nel palazzo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Manila, ancora una volta, si trova a fare i conti con l’eredità sanguinosa della “guerra alla droga” voluta da Rodrigo Duterte. Questa volta, però, il teatro dello scontro non è un vicolo di periferia, ma l’emiciclo del Senato, dove l’ex capo della polizia e oggi parlamentare, Ronald “Bato” Dela Rosa, si è letteralmente barricato per sfuggire a un mandato di cattura internazionale. La situazione, già tesa da lunedì 11 maggio, è degenerata nella serata di mercoledì, quando all’interno dell’edificio sono echeggiati colpi d’arma da fuoco, gettando nel panico funzionari e giornalisti presenti. Sebbene non si segnalino vittime, il gesto rappresenta un'escalation drammatica in una vicenda che intreccia vendette trasversali e obblighi giuridici non più eludibili.

L’ultimo atto di una repressione contestata

La vicenda affonda le radici nelle politiche adottate da Duterte tra il 2016 e il 2022, quando Dela Rosa, nominato capo della polizia nazionale, divenne il braccio operativo di una repressione che, secondo le stime ufficiali, causò oltre seimila morti tra presunti spacciatori e tossicodipendenti. Le organizzazioni per i diritti umani, a tal proposito, hanno sempre sostenuto che il numero reale sarebbe molto più alto, parlando di esecuzioni extragiudiziali sistematiche. La Corte Penale Internazionale dell’Aia, ritenendo di avere giurisdizione nonostante il ritiro di Manila dal trattato istitutivo avvenuto nel 2019, ha emesso un mandato di arresto per Dela Rosa, accusandolo formalmente di crimini contro l’umanità.

Dela Rosa, che aveva cercato di far perdere le proprie tracce nei mesi scorsi, è riemerso con prepotenza nella scena pubblica proprio lunedì, quando è entrato nell’aula del Senato giusto in tempo per assistere a un improvviso cambio di alleanze. La presidenza dell’assemblea è passata a un esponente del fronte Duterte, Alan Peter Cayetano, il quale ha immediatamente concesso al collega una sorta di “scudo” istituzionale, dichiarando che il Senato non avrebbe permesso l’arresto tra le sue mura. Una protezione, quella accordata al politico, che ha subito acceso un acceso dibattito sulla legalità della procedura, considerando che su “Bato” pende un mandato internazionale.

Sparatorie e fuga tra i corridoi del potere

Mercoledì la situazione è precipitata. Fonti locali riferiscono che uomini in tenuta mimetica e agenti del National Bureau of Investigation (NBI) hanno fatto irruzione nel complesso, innescando una reazione a catena che ha portato all’esplosione di colpi d’arma da fuoco. Alcuni testimoni hanno parlato di almeno cinque detonazioni, mentre giornalisti e personale sono stati fatti accedere dietro ripari di fortuna. Lo stesso senatore, utilizzando i social network, ha lanciato un accorato appello, sostenendo che l’aula fosse “sotto attacco”.

Il ministro dell’Interno, Juanito Victor Remulla, intervenuto per calmare gli animi, ha fornito una versione frammentata dell’accaduto. Da un lato, ha confermato che Dela Rosa è “in salvo” e che le forze dell’ordine non sono lì per arrestarlo, bensì per “garantire l’integrità” del palazzo. Dall’altro, ha dovuto ammettere di non sapere chi abbia premuto il grilletto, ordinando la verifica dei filmati delle telecamere di sicurezza per fare luce sull’accaduto. Le autorità, in questo frangente, hanno escluso che ci siano stati feriti, ma la dinamica resta ancora avvolta nella nebbia della confusione che regna sovrana all’interno dell’edificio sotto lockdown.

Un test per la giustizia internazionale

La resistenza opposta dall’ex poliziotto rappresenta, di fatto, una sfida aperta alla Corte Penale Internazionale. Dela Rosa, forte della protezione politica ricevuta e della scadenza del mandato presidenziale del suo mentore, rifiuta di riconoscere la legittimità del tribunale, sostenendo che il Paese non sia più obbligato a eseguirne gli ordini. Una posizione che mette in grande difficoltà l’esecutivo guidato da Ferdinand Marcos Jr., chiamato a destreggiarsi tra il rispetto formale delle alleanze interne e la pressione internazionale che chiede l’esecuzione del verdetto dell’Aia.

Mentre all’esterno dell’aula si raccolgono manifestanti che chiedono a gran voce giustizia per le vittime della guerra al narcotraffico, all’interno l’ex capo della polizia si aggrappa ai privilegi parlamentari come unico scudo contro l’estradizione. La sua sorte, comunque la si voglia vedere, resta appesa a un filo sottilissimo, in attesa che la Corte Suprema locale si pronunci sul ricorso d’urgenza presentato dai suoi legali. Nel frattempo, il Senato filippino è diventato una fortezza assediata, simbolo di una giustizia che tenta di farsi strada tra le crepe di un potere che non vuole mollare la presa.

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