Conte e quel saluto mai ricevuto da Lukaku: «Era a Castel Volturno, io ero nell’ufficio, nessuno ha bussato»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La vittoria per 4-0 contro la Cremonese, nell’anticipo della 24esima giornata di Serie A, avrebbe dovuto regalare al Napoli solo ed esclusivamente motivi di sorriso: tre punti preziosi che consolidano il secondo posto in classifica, una prestazione definita dallo stesso Antonio Conte «tra le più complete da quando siamo qui», e la sensazione, per usare le parole del tecnico, «di aver fatto qualcosa che mancava dai tempi di Maradona». E invece, nel post partita del Maradona, a tenere banco è stato un caso destinato a lasciare il segno, un caso che profuma di freddezza e che ha per protagonista assoluto Romelu Lukaku, l’attaccante belga che di quella rinascita partenopea – almeno sulla carta – avrebbe dovuto essere il faro.
Conte, si sa, non è mai stato un allenatore da mezze misure o da silenzi diplomatici. Alla domanda, posta in zona mista prima ancora che in conferenza stampa, se avesse avuto modo di scambiare una parola con il suo (ormai ex) pupillo, il tecnico pugliese è stato lapidario: «L’ho visto? No. Non ho avuto l’opportunità di parlargli». Poi l’inciso che trasforma un semplice fatto di cronaca sportiva in una questione di principio: «Lui è venuto al centro sportivo di Castel Volturno, ha parlato con un dirigente, ma con me no. Io ho l’ufficio lì, nessuno è venuto a bussare alla mia porta». Una circostanza, quella del rientro lampo in Italia del belga – durato poche ore, giusto il tempo di un colloquio con la società – che Conte ha ribadito con un filo di delusione palpabile, senza però aggiungere giudizi sul mancato rientro in campo o sulla scelta di curarsi l’infortunio in Belgio.
Il «non saluto» che pesa più di una sconfitta
A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci hanno pensato le parole di Dario Marcolin, ex calciatore oggi opinionista, intervenuto ai microfoni di DAZN. Marcolin, che del mondo dello spogliatoio conosce dinamiche e silenzi, ha preso una posizione netta: «Io sto dalla parte di Conte». E ha spiegato il perché: «Lukaku gli deve tanto, tantissimo. Non solo per il contratto importante che ha firmato a Napoli – e che di fatto gli ha consentito di rilanciare una carriera che a Londra si era arenata – ma anche per quanto fatto all’Inter, dove Conte lo ha trasformato in un punto di riferimento assoluto». L’opinista non usa giri di parole: «Lukaku è andato al centro sportivo e non lo ha salutato. Gli uomini veri si confrontano, e quel confronto non c’è stato». Un’analisi che sposta l’accento dalla tattica o dai numeri al codice etico del calcio di alto livello, quello dove il rispetto, nelle piccole occasioni quotidiane, rivela più di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Una crepa che non nasce oggi
Che il rapporto tra Conte e Lukaku fosse incrinato non è un segreto per chi segue le vicende azzurre. L’attaccante, si ricorderà, ha scelto di non rientrare a Napoli per la partita con la Cremonese, rimanendo in Belgio per un programma di cure personalizzato dopo l’infortunio. Una decisione che, stando a quanto trapela dagli ambienti interni, non è stata digerita facilmente né dal tecnico né dalla dirigenza. Tant’è che nei giorni scorsi c’è stato un faccia a faccia tra il giocatore e un dirigente, un colloquio avvenuto proprio a Castel Volturno. Ma la porta dell’ufficio di Conte – come lo stesso allenatore ha tenuto a sottolineare – è rimasta chiusa. Non per volontà del padrone di casa, ma per l’assenza di chi quella porta avrebbe dovuto, se non altro per educazione, bussare.
Il tabellino, il campionato e un caso irrisolto
Nel frattempo il Napoli corre. Il 4-0 alla Cremonese, firmato da reti che hanno messo in mostra la solidità del gruppo, allontana per un’altra settimana i fantasmi di un inseguimento complicato e tiene i partenopei saldamente agganciati alla zona Champions. Conte, dal canto suo, in conferenza stampa ha voluto comunque ricordare l’aspetto positivo: «I ragazzi sapevano del valore di questa partita. Abbiamo conquistato tre punti fondamentali che fortificano il nostro percorso». Ma quando il tema è tornato sull’attaccante belga, il volto del tecnico si è fatto di nuovo duro, quasi marmoreo. Nessuna possibilità di ricucitura è stata evocata, né dal diretto interessato né da Marcolin, che anzi ha chiuso con un giudizio tranchant: «Impossibile ricucire, almeno per ora». Un caso, insomma, destinato a tenere banco ancora a lungo, perché nel calcio moderno un saluto mancato pesa talvolta più di un gol sbagliato.




