Salvini si allinea a Meloni sulla Biennale, lei ride. E sul russo scoppia il caso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “Io sono sempre d’accordo con il Presidente del Consiglio”. Parola di Matteo Salvini, interpellato a margine di un evento sulla questione Biennale, mentre Giorgia Meloni, al suo fianco, non può trattenere una risata. Una scena, quella della leader di Fratelli d’Italia che ride della pronta e ossequiosa dichiarazione del suo vice, che restituisce plasticamente l’equilibrio precario all’interno della maggioranza: da un lato la ricerca di una compattezza di facciata, dall’altro la consapevolezza – resa esplicita da quella reazione improvvisa – che l’arte della mediazione, in casa di centrodestra, si esercita spesso su terreni minati. Il ministro delle Infrastrutture, usando la sua consueta formula assertiva, ha voluto blindare il rapporto con la presidente del Consiglio proprio nel momento in cui il governo sembrava poter subire una spaccatura, seppure verticale, sulla gestione dell’esposizione veneziana. Nessuna critica, nessuna nota stonata: solo una fedeltà dichiarata, quasi rituale, che peraltro non gli ha impedito di aggiungere un distinguo operativo sul metodo.

La mossa geniale di Buttafuoco e lo scivolone della giuria

Lo stesso Salvini, infatti, ha definito “geniale” la decisione del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di assegnare i Leoni non più per decreto di una ristretta giuria – sulle cui recenti dimissioni ha scelto di non pronunciarsi, dichiarando di non conoscerne le motivazioni – bensì per volere diretto dei visitatori, al termine della rassegna. Un ribaltamento epocale delle regole del festival, che Buttafuoco ha giustificato come atto di “autonomia” dell’istituzione che guida. Tuttavia, proprio questo schermo di indipendenza si è incrinato di fronte al nodo politico più spinoso: la partecipazione della Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina prosegua ormai da oltre quattro anni, e la parallela assenza (forse) di analoghi dilemmi etici per i padiglioni di Stati Uniti o Israele. Una giuria – per la precisione interamente al femminile – aveva protestato contro il tentativo di escludere Mosca, denunciando una selezione ipocrita basata su priorità geopolitiche variabili. Le loro dimissioni, che Salvini liquida con un rapido “non conosco”, diventano così il sintomo di una frattura culturale profonda, dove il merito artistico si scontra con il veto della realpolitik.

Zaia e l’abbraccio veneto: “Buttafuoco è una vittoria di Meloni”

Dalla stessa regione che ospita la kermesse, arriva un endorsement senza riserve. Luca Zaia, ex governatore leghista del Veneto e oggi presidente del Consiglio regionale, ha liquidato le polemiche sui padiglioni di Russia e Israele come “incomprensibili”. Per lui, che definisce la prossima edizione “strepitosa” e invita tutti a sostenere “avanti tutta” il lavoro di Buttafuoco, non c’è spazio per il dubbio: “Meloni con Buttafuoco ha fatto la scelta giusta”. Un’investitura, questa, che ribalta la prospettiva: l’intellettuale di destra, spesso percepito come un estraneo rispetto alla macchina del governo, viene qui rivendicato come un trofeo politico della premier. Tuttavia, proprio mentre Zaia lo celebra, dall’altra parte dello schieramento ideale si alza una voce inattesa a difesa del presidente della Biennale, ma non certo della sua fedeltà all’esecutivo.

La strana alleanza: Ezio Mauro, sinistra contro sinistra

Il paradosso raggiunge il suo apice con l’intervento di Ezio Mauro, storico direttore de la Repubblica (dal 1996 al 2016), figura simbolo del giornalismo di sinistra. Intervistato dal Foglio, Mauro ha difeso Buttafuoco a spada tratta: “Se pensavano che facesse l’esecutore dei desideri del governo hanno sbagliato persona. O forse invece avevano messo la persona giusta, ma non hanno l’intelligenza e il codice per comunicarci”. Un attacco frontale, questo, indirizzato a quella parte della sinistra che chiede la testa del presidente della Biennale per il suo presunto allineamento con Palazzo Chigi. Al contrario, secondo Mauro, la scelta di non escludere la Russia dimostrerebbe proprio l’autonomia di Buttafuoco, il suo rifiuto di sottostare a “diktat governativi”. Una lettura che rischia di capovolgere le accuse: se la destra rimprovera a Buttafuoco di essere troppo libero (la ministra Giuli ha parlato di non volergli “dare il martirio”, contestando la gestione della giuria), una parte della sinistra lo critica per il presunto servilismo. E intanto, il ministro Giuli ha sottolineato la contraddizione di chi vuole escludere la Russia ma chiude gli occhi davanti ai padiglioni di Stati che violano ogni giorno risoluzioni ONU e diritti umani, da Israele agli stessi Stati Uniti.

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