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Redazione Interno
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La Biennale e il caso Russia: la relazione degli ispettori finisce sul tavolo di Meloni
Tra il dire e il fare – o meglio, tra l’aver ospitato e il dover spiegare il perché – c’è di mezzo il mare della laguna veneta, che in questi giorni non accenna a calmarsi. È ufficiale: lunedì 4 maggio il verbale dell’ispezione ministeriale alla Biennale di Venezia approderà a Palazzo Chigi, finendo direttamente sul tavolo della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il documento, sette pagine fitte di botta e risposta tra i tecnici del MiC e i vertici della Fondazione, rappresenta l’ultimo atto formale – almeno per quanto riguarda il ministero della Cultura – di una vicenda che ha trasformato la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte in un campo minato diplomatico prima ancora che nel consueto trionfo di creatività. Il ministro uscente (dal fronte della polemica, almeno) Alessandro Giuli ha chiuso il suo capitolo con un’intervista durissima, definendo il presidente Pietrangelo Buttafuoco vittima di “una fantasia pacificatoria”, reo di aver scambiato la kermesse veneziana per “l’Onu dell’arte”. Ora, la patata bollente è nelle mani della premier, mentre Buttafuoco, da parte sua, non sembra intenzionato a muovere un passo indietro.
“Nessun invito formale”, la strategia difensiva della Fondazione in sette punti
Gli ispettori, guidati dal capo di gabinetto Valerio Sarcone, hanno incalzato i vertici della Biennale su tre fronti caldi: il rispetto delle sanzioni Ue contro Mosca, il destino dei finanziamenti europei e la debacle della giuria internazionale. E la risposta della Fondazione, per nulla timida, fa leva su un distinguo sottile ma fondamentale, che per il governo suona come una lama a doppio taglio. La Russia non è stata formalmente invitata. È questa la linea difensiva illustrata dall’avvocata Debora Rossi, la quale ha ribadito che la Biennale “non è una Expo”: contrariamente a quanto si creda, non promuove attivamente gli stati, ma sono questi ultimi a decidere autonomamente di partecipare. Insomma, Buttafuoco e i suoi collaboratori non avrebbero chiamato Mosca, ma non avrebbero nemmeno sbarrato l’ingresso ai russi, che in fondo ai Giardini vantano un padiglione storico – costruito ai tempi dello Zar Nicola II e restaurato nel 2019 – sul quale esercitano una sorta di diritto d’uso.
Sul piano pratico, tuttavia, la realtà è più cinematica. Nella stessa relazione si legge che, sanzioni alla mano, il padiglione resterà materialmente sbarrato per tutto il periodo di apertura al pubblico della mostra. Le uniche porte che si schiuderanno saranno quelle del vernissage, in programma tra il 5 e l’8 maggio, un evento però classificato come “privato” e quindi tecnicamente fuori dal mirino delle restrizioni ordinarie. Ma è sul capitolo economico che il verbale rivela le maglie più strette. Con Bruxelles che ha minacciato il ritiro di un cofinanziamento di 2 milioni di euro in tre anni, la Fondazione ha già fatto quadrato: a bilancio è stata accantonata una quota prudenziale a fondo rischi per il periodo 2026-2027, una mossa preventiva che lascia intravedere la tensione in attesa di una controffensiva diplomatica con la Commissione Europea.
Giuria a pezzi e il “rischio risarcimento” che ha fatto saltare il banco
Se la questione russa è il fronte esterno, quello interno – esploso con le dimissioni in blocco della giuria – è forse il più imbarazzante per l’amministrazione lagunare. Il collegio giudicante, che aveva minacciato di escludere dai premi i paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità (nel mirino finivano inevitabilmente Russia e Israele), si è dimesso dopo aver ricevuto una diffida dall’artista israeliano Belu-Simion Fainaru, il quale paventava una discriminazione ai propri danni. E qui gli ispettori del MiC hanno chiesto lumi su come la Biennale intendesse tutelarsi. La risposta, messa nero su bianco, è di una durezza quasi societaria: i vertici hanno dichiarato di aver informato i giurati non solo del “danno mediatico” ma anche del “personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni”. In poche parole, hanno messo in guardia i giurati dal fatto che avrebbero potuto pagare di tasca propria. Il risultato? Entro il pomeriggio dello stesso giorno, i giudici avevano rimesso il mandato. La cerimonia di premiazione è stata così rinviata al 22 novembre, contestuale alla chiusura della manifestazione, in attesa di capire se e come sostituire i dimissionari.
L’“auto-commissariamento” secondo Giuli e il sostegno a distanza di Zaia
Mentre la documentazione viaggia verso Roma, lo scontro politico-verbale non accenna a placarsi. Alessandro Giuli, conscio che ormai la palla è nel campo dell’esecutivo, ha sferrato l’attacco più duro in un’intervista a *Repubblica*, etichettando l’operato di Buttafuoco come un “pasticcio” figlio di confusione istituzionale. “A forza di rivendicare autonomia – ha affermato il ministro – si è persino auto-commissariato”. Una frase, quest’ultima, che brucia perché capovolge la narrazione: Buttafuoco, lungi dall’essere un direttore d’orchestra indipendente, avrebbe creato le condizioni per una ingerenza esterna proprio mentre cercava di schermarle. Secondo Giuli, la Biennale avrebbe potuto trasformare la riapertura ai russi in una leva diplomatica (ad esempio, chiedendo un cessate il fuoco o la liberazione di bambini ucraini), ma l’occasione è stata persa perché la manovra è stata condotta in solitudine.
Diametralmente opposta, ma altrettanto vibrante, la posizione del presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha scelto di alzare il muro a difesa del presidente della Biennale. In un intervento al Corriere della Sera, l’ex governatore ha rivendicato la funzione universalista dell’arte: “L’ostracismo dell’Europa per la partecipazione della Russia non lo condivido per nulla […]. L’arte non deve conoscere censure”. Zaia ha così rotto il fronte del centrodestra, offrendo a Buttafuoco una sponda politica importante proprio mentre la maggioranza di governo cerca di ricomporre il danno d’immagine di un’edizione partita sotto i peggiori auspici. Una sponda che, tuttavia, non muta i termini formali della vicenda: l’ispezione si è chiusa, il dossier è sui binari che portano a Palazzo Chigi, e la parola spetta ora alla premier.




