‘The Tree is Rooted in the Sky’: il mercoledì delle polemiche per il padiglione russo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Domani, mercoledì 6 maggio, alle 17, il cartoncino celestino con la scritta “Russian Pavilion” aprirà le porte di un evento che sembrava destinato a restare un caso diplomatico chiuso in sette fogli dattiloscritti. E invece no: mentre il verbale degli ispettori del ministero della Cultura – quello che oggi approda ufficialmente sul tavolo di palazzo Chigi – cerca di mettere ordine in un garbuglio fatto di sanzioni, dimissioni e finanziamenti Ue revocati, la macchina organizzativa del padiglione della Federazione Russa è già in moto. Il Titolo scelto per l’opera, “The Tree is Rooted in the Sky” (l’albero è radicato nel cielo), suona quasi come una metafora della situazione attuale: un’apparente stabilità formale che affonda le sue radici in un terreno giuridico e politico quanto mai instabile.

La giornata di domani si preannuncia come un crocevia di contraddizioni. Da un lato, l’opening degli spazi russi ai Giardini, limitato a un’élite di invitati e blindato da un regime di accesso che gli stessi organizzatori definiscono “quasi privato”; dall’altro, una mobilitazione annunciata per la tarda mattinata (dalle 10 alle 13), ribattezzata “Dai margini dell’Impero alla laguna aperta”, che riunirà attivisti, artisti dissidenti e collettivi come Memorial Italia e Arts Against Aggression proprio di fronte ai cancelli della Biennale. C’è chi vedrà in questo doppio appuntamento la fotografia perfetta di un’istituzione divisa tra la vocazione universalista dell’arte e i vincoli imposti da un’Europa che non intende fare sconti a Mosca.

Un verbale di sette pagine e nessun invito formale

La documentazione che i funzionari del Collegio romano hanno consegnato ieri alla presidenza del Consiglio non lascia spazio a fraintendimenti: la Biennale, nelle interlocuzioni con gli ispettori, ha sempre sostenuto di non aver mai rivolto un “invito formale” alla Federazione Russa. Una distinzione, quest’ultima, che potrebbe apparire come un cavillo burocratico ma che, nella ricostruzione dei fatti, diventa l’argine principale per evitare l’accusa di aver violato le sanzioni internazionali. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco, attraverso le sue sette pagine di controdeduzioni, ha ribadito che la fondazione “ha improntato la sua attività alla costante osservanza del suo Statuto e della normativa vigente”, sottolineando inoltre che il modello della Biennale non è quello di una Expo (dove gli Stati vengono selezionati) bensì una piattaforma in cui i Paesi decidono autonomamente di aderire.

Quanto alla natura dell’apertura di mercoledì, gli stessi verbali chiariscono che si tratterà di un vernissage su invito, motivo per cui non sarebbe prevista nemmeno la presentazione della Scia per manifestazioni pubbliche. In altre parole: il pubblico pagante (quello che affollerà i Giardini a partire dal 9 maggio) non vedrà neppure l’ombra del padiglione russo, che resterà fisicamente inaccessibile per tutta la durata della rassegna. Una soluzione – quella della porta chiusa – che ha permesso a Ca’ Giustinian di sostenere di aver rispettato alla lettera le restrizioni comunitarie, pur accogliendo di fatto gli artisti di Mosca in laguna.

Artisti in galera e la lettera che brucia sulla scrivania

Mentre i riflettori sono puntati sull’inaugurazione, un’altra missiva ha raggiunto gli uffici della Biennale, questa volta firmata da un fronte eterogeneo di accademici, attivisti e registi. Nel documento, anticipato da alcuni quotidiani, si fa un appello diretto a Buttafuoco affinché non riduca il dissenso “a un cocktail” o a “una performance superficiale”. In allegato, un elenco di ventisei nomi: artisti russi attualmente detenuti – come la regista Anastasia Berezhinskaya e il musicista Ivan Ladchenko – e cinque morti in carcere, tra cui Andrei Akuzin, deceduto l’8 aprile. È un promemoria crudo, che scavalca la retorica delle “aperture al dialogo” per ricordare che, mentre a Venezia si discute di cedimenti politici, in Russia c’è chi paga con la libertà (o con la vita) il diritto di esprimersi.

Non sfugge, in questo quadro, l’ironia amara della tempistica: proprio nei giorni in cui la Biennale aveva annunciato un ciclo di incontri dal titolo “Il dissenso e la pace”, è arrivata la bordata dei firmatari, che contestano la presenza del regista Aleksandr Sokurov (Leone d’oro nel 2011) definendo la sua come una “critica tollerata” e dunque non autentica come quella dei carcerati che sono stati tenuti fuori dai cancelli. La fondazione, per ora, non ha dato risposte ufficiali dettagliate a questa sollecitazione, anche se Buttafuoco, in un breve passaggio affidato ai social, ha lasciato intendere di sentirsi “solo” di fronte al caos che si è scatenato.

Finanziamenti Ue a rischio e la giuria che si è dimessa

Sullo sfondo, ma non troppo, resta la questione dei milioni di euro che l’Unione europea aveva destinato alla Biennale e che ora rischiano di svanire. La Commissione, come si legge nelle carte trasmesse a palazzo Chigi, ha già manifestato l’intenzione di interrompere un cofinanziamento di circa due milioni di euro per il triennio 2026. La fondazione, dal canto suo, ha già iscritto a fondo rischi la quota relativa all’acconto ricevuto, in un’operazione prudenziale che dimostra come il clima di incertezza sia ormai una variabile strutturale del bilancio.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è poi l’aut aut della giuria internazionale. I giudici, che avrebbero dovuto assegnare i premi alle nazioni partecipanti, hanno rassegnato le dimissioni dopo essere stati informati del “personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni”. La scintilla era scattata con la diffida dell’artista rappresentante di Israele, Belu-Simion Fainaru, che aveva contestato la legittimità della procedura. Senza più una giuria, la Biennale ha annunciato di aver trasformato i premi nei cosiddetti “Leoni dei visitatori”, affidando cioè il giudizio finale al pubblico che voterà durante i mesi della mostra. Un espediente che risolve l’emergenza sul piano pratico, ma che non fa che aggiungere un altro tassello al racconto di un’edizione già segnata dalle tensioni.

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