Todd Howard e il ritorno alle radici per The Elder Scrolls 6, che girerà con il nuovo motore Creation Engine 3
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
Non capita tutti i giorni che Todd Howard, il vulcanico direttore creativo di Bethesda Game Studios, si presenti ai microfoni di un podcast per fare il punto sulla saga che più di ogni altra ha segnato la storia del gioco di ruolo occidentale. Eppure, nell'ambito di una lunga chiacchierata con il Kinda Funny Gamescast, il celebre produttore ha rotto il silenzio che da anni avvolge The Elder Scrolls VI, offrendo agli appassionati non una, ma diverse indicazioni preziose sullo stato dei lavori e sulla direzione artistica che il team intende seguire. Howard, va detto, ha usato il tono pacato e misurato di chi sa di maneggiare un’eredità pesante, fatta di decine di milioni di copie vendute e di aspettative altissime, e lo ha fatto confermando innanzitutto un cambio di passo sostanziale a livello tecnico -6-9.
Il primo dato certo, e forse il più rilevante per chi mastica codice e poligoni, riguarda il motore grafico. Il nuovo capitolo della serie non utilizzerà semplicemente una versione aggiornata del Creation Engine 2 visto su Starfield, ma segnerà il debutto del Creation Engine 3. Si tratta, nelle parole di Howard, di un’evoluzione profonda della tecnologia proprietaria dello studio, su cui i programmatori hanno lavorato negli ultimi anni con l’obiettivo dichiarato di superare alcuni dei limiti strutturali emersi nelle produzioni più recenti -1-5. Il passaggio dalla seconda alla terza iterazione del motore non è stato descritto come una semplice operazione di maquillage, quanto piuttosto come un intervento mirato a migliorare la resa dei dettagli in primo piano e a rendere più fluida e organica l’esplorazione, riducendo il più possibile le transizioni e i tempi di caricamento, elementi che il diretto interessato ha definito cruciali per restituire al giocatore la sensazione di immergersi in un mondo vivo e coerente -3-6.
Ma al di là delle specifiche tecniche, che pure rappresentano un tassello fondamentale del mosaico, ciò che emerge con chiarezza dalle dichiarazioni di Howard è una volontà precisa di riallinearsi con ciò che lui stesso ha definito lo “stile classico” di Bethesda. L’analisi del percorso compiuto dallo studio negli ultimi anni è, da questo punto di vista, piuttosto schietta: Fallout 76, con la sua anima multiplayer e persistente, e Starfield, con la sua struttura episodica legata all’esplorazione di pianeti generati proceduralmente, vengono inquadrati come una parentesi creativa, una deviazione dal percorso tradizionale -4-9. Un’ammissione non banale, considerando il tempo e le risorse investite in quei progetti, che serve però a tracciare un solco netto con il passato recente per ripartire proprio da lì, dalla formula che ha reso immortali The Elder Scrolls V: Skyrim, Fallout 4 e, volendo andare più indietro, The Elder Scrolls IV: Oblivion -3-4. La frase che sintetizza questo pensiero è forse quella in cui Howard afferma che il team sentiva la mancanza di quel tipo di approccio, quella maniera specifica di esplorare un mondo, e che ora, con il sesto capitolo, si torna a ciò che si conosce davvero bene -1.




