Giuli a Salvini: “Il post? Pensavo fosse l’autocritica per il suo assenteismo al ministero”
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Redazione Interno
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Il clima all’interno del governo, nonostante le rassicurazioni di rito sulla tenuta dell’esecutivo, resta surriscaldato da vicende che mescolano diplomazia internazionale, geopolitica culturale e scintille personali. L’ultimo episodio, destinato a infiammare le cronache politiche di questi giorni, arriva direttamente dalle acque della Laguna, dove la 61esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è ormai diventata il teatro di una polemica che sembra aver messo in ombra i padiglioni e gli allestimenti. Al centro della disputa, ancora una volta, c’è la tanto contestata riapertura del Padiglione della Russia, assente dalla kermesse dal 2022. Un’apertura che, come spiega il ministro della Cultura Alessandro Giuli, ha innescato un meccanismo politico ben preciso, spingendo lo stesso titolare del dicastero a disertare le cerimonie di pre-apertura del 6 maggio.
L’affondo a distanza e la stoccata sull’assenteismo
A rompere gli argini della quiete apparente è stato un post, pubblicato il 6 maggio dal vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, che recitava: “Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa!”. Un messaggio, questo, che sembrava una frecciata diretta a Giuli, colpevole, agli occhi del Carroccio, di aver boicottato l’inaugurazione. Ma il ministro della Cultura, ospite della trasmissione “Live in Roma” su Sky Tg24, ha restituito la provocazione al mittente con una mossa di straordinaria ironia retorica. “Quando ho visto quel post l’ho frainteso”, ha confessato Giuli, “e ho pensato che fosse Salvini a fare autocritica. Ho detto: vedi, Salvini che fa un post per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero”.
La frase, pronunciata con il tipico understatement romano (“anvedi”, hanno riportato alcune cronache), ha avuto l’effetto di una bomba carta negli studi televisivi, trasformando un dissenso politico su una questione internazionale in una questione di valutazione delle performances individuali dei membri dell’esecutivo. Giuli, tuttavia, ha subito precisato che si è trattato di un equivoco iniziale, aggiungendo, con una punta di veleno istituzionale, che “non mi pare un caso molto importante il fatto che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso ma della disinformatia”. L’accusa pesante, in questo caso, è quella di alimentare una narrazione che Giuli definisce funzionale alla Russia.
L’ombra del Cremlino e l’“occasione mancata”
La presenza della Russia in Laguna, del resto, rappresenta il vero pomus della discordia. Dopo quattro anni di assenza forzata, il Padiglione russo ha riaperto i battenti (seppur solo per le anteprime e con limitazioni dovute alle sanzioni europee), grazie a un accordo che il ministro della Cultura ha definito come qualcosa “fatto alle spalle del governo”. “In generale si doveva parlare di arte, invece si sta parlando di arte di regime, cioè l’arte della Russia putinista”, ha tuonato Giuli. Un giudizio, il suo, che non ammette sfumature e che ribadisce la contrarietà della premier Giorgia Meloni, sebbene entrambi abbiano dovuto prendere atto dell’autonomia della Fondazione Biennale e del suo presidente, Pietrangelo Buttafuoco.
E proprio su Buttafuoco, definito da qualcuno come un “pacificatore” desideroso di fare la “Onu dell’arte”, Giuli ha speso parole al vetriolo. Il riferimento è alla citazione, ritenuta “inopportuna”, che il numero uno della Biennale ha fatto delle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in materia di libertà e audacia artistica. Per Giuli, trascinare il Capo dello Stato in una baruffa così politicizzata è una “sgrammaticatura” che rischia di esporre l’unità della nazione a logiche di schieramento che poco hanno a che fare con la cultura.
Un ministro (quasi) in trincea
Nonostante l’isolamento e le critiche che gli arrivano anche da frange del suo stesso schieramento (Giuli ha parlato di un fronte “che va da Che Guevara a Madre Teresa, passando per Renzi”), il ministro ha voluto chiarire un punto fondamentale: la Biennale, alla fine, la visiterà. “Andrò a Venezia entro maggio per visitare il Padiglione dell’Italia”, ha annunciato, marcando la distanza da quella che lui considera una scelta sbagliata dell’ente. “Voglio rendere onore all’arte italiana e all’Italia”, ha aggiunto, specificando di non sapere se il presidente Buttafuoco sarà presente al suo arrivo, confessando anzi di non aver ricevuto risposta al messaggio di “dissenso rispettoso” che gli aveva inviato privatamente.
Lo scenario che ne esce è quello di un governo che, su un tema delicato come il rapporto con Mosca nel bel mezzo della crisi ucraina, mostra tutte le sue crepe ideologiche. Da una parte, Giuli – spalleggiato da una certa area atlantista e dalla premier – tenta di imporre una linea dura di condanna verso l’aggressività russa; dall’altra, Forza Italia e soprattutto la Lega guardano con favore (o con indifferenza) al rientro dei russi nel circuito culturale europeo. Una frattura che, a giudicare dalle parole del ministro della Cultura, non si ricucirà in fretta, almeno non prima della fine di questa edizione della Biennale.
Focus: il dossier russo e le inchieste in corso
Oltre alla rissa verbale, che inevitabilmente cattura l’attenzione dei media, restano sul tavolo i risvolti più strettamente giudiziari e amministrativi della vicenda. La relazione degli ispettori del MiC, già trasmessa a Palazzo Chigi, ha evidenziato come la Russia non sia stata “formalmente invitata” a partecipare, ma come la titolarità storica del padiglione (risalente al 1914) abbia di fatto consentito a Mosca di riappropriarsi dello spazio senza passare dalle consuete procedure. Una zona grigia che ha permesso l’aggiramento, seppur parziale, delle sanzioni. Sembra essersi allontanata, intanto, l’ombra di azioni legali immediate: Giuli ha dichiarato che, per quanto lo riguarda, “il capitolo Venezia è chiuso”, lasciando però intendere che la partita politica sull’autonomia della Biennale è appena iniziata.




