Il ministro Giuli diserterà l’apertura del padiglione alla Biennale, lo scontro con Buttafuoco sul ritorno della Russia si fa sempre più aspro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La tensione, che da settimane ormai caratterizza i rapporti tra il Ministero della Cultura e la Fondazione della Biennale di Venezia, sta per concretizzarsi in un gesto dal peso politico e simbolico inequivocabile: il ministro Alessandro Giuli, salvo colpi di scena dell’ultima ora che paiono quanto mai improbabili, non parteciperà domani all’inaugurazione del Padiglione Centrale ai Giardini, quello ristrutturato grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La decisione, sostanzialmente già presa negli uffici del Collegio Romano, rappresenta lo stadio più avanzato di una lacerazione che vede contrapposti due esponenti di spicco dell’area culturale di Fratelli d’Italia, due intellettuali un tempo vicini e oggi divisi da una concezione diametralmente opposta del ruolo dell’arte in tempo di guerra. Alla base dello strappo, com’è ormai noto, c’è la volontà del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di riaprire le porte del padiglione russo, chiuso nelle ultime due edizioni, una mossa che il ministro Giuli e una parte consistente dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni considerano una pugnalata alla linea di politica estera tenuta fin qui dall’Italia e un’inaccettabile apertura di credito al regime di Vladimir Putin mentre i bombardamenti sull’Ucraina non accennano a diminuire.
Un rinvio strategico imposto da Palazzo Chigi, la vera resa dei conti è solo rimandata
Se Giuli, che della Biennale avrebbe dovuto tagliare il nastro insieme a Buttafuoco, ha scelto la strada della diserzione, lo ha fatto non senza aver prima consultato i piani alti del governo. A convincere il ministro a non forzare ulteriormente la mano in queste ore, stando a quanto filtra dagli ambienti vicini al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, sarebbe stata la necessità di evitare l’esplosione di un nuovo fronte di polemica in una settimana già densa di appuntamenti cruciali per la maggioranza. Fazzolari, che con la sua “inner circle” non ha mai nascosto un profondo malumore per l’intera vicenda, avrebbe però garantito che la questione non si chiuderà qui; l’idea di un padiglione organizzato sotto l’egida del Cremlino, e che vede tra i suoi sponsor la figlia del ministro degli Esteri russo Lavrov, gli è sempre risultata indigesta, una leggerezza imperdonabile di fronte al dramma di un conflitto che dura da quattro anni. Il rinvio, insomma, è solo tattico: la promessa fatta al braccio destro della premier è quella di riaprire il dossier non appena le acque si saranno calmate, magari dopo la prossima tornata referendaria.
Ma al netto dei giochi di palazzo e delle schermaglie interne alla maggioranza, la posizione della Biennale, e di Buttafuoco in persona, rimane graniticamente ancorata a un principio di autonomia e di apertura incondizionata. Per il presidente, che della sua nomina aveva fatto un vanto di rottura rispetto al passato, la cultura non può e non deve conoscere barriere, e Venezia, forte della sua storia millenaria, deve tornare a essere quel luogo di tregua e di dialogo in cui anche i nemici possono incontrarsi. Poco importa, dal suo punto di vista, che quella stessa Russia che chiede di esporre ai Giardini sia la medesima che reprime i dissidenti e che continua la sua aggressione militare; l’importante è che l’arte abbia voce, e che lo spazio espositivo venga concesso a tutti, Stati Uniti del presidente Trump inclusi, ovviamente, così come a Israele, all’Iran e all’Ucraina. Una posizione, la sua, che ha trovato un convinto sostegno nel vicepremier leghista Matteo Salvini, da sempre fautore di una linea meno intransigente verso Mosca e oggi pronto a esaltare la scelta della Biennale come un atto di coraggio contro ogni forma di “russofobia” e di chiusura ideologica.
La documentazione è al vaglio del ministero, ma il cavillo giuridico appare sempre più una chimera
Mentre i vertici politici rimandano il duello a data da destinarsi, negli uffici del ministero della Cultura si lavora alacremente per cercare di districare la matassa giuridica che avvolge la partecipazione russa. La Biennale, come richiesto da Giuli venerdì scorso, ha trasmesso tutto il carteggio intercorso con le autorità di Mosca, corredato da una nota in cui si precisa, con tono asciutto e perentorio, che nessuna norma è stata violata e che le sanzioni internazionali imposte dall’Unione Europea alla Federazione Russa sono state rispettate in toto. I tecnici del MiC stanno ora passando al setaccio la documentazione, concentrandosi in particolare sulle modalità di allestimento e di gestione del padiglione, nel tentativo di scovare una qualche irregolarità che possa giustificare un intervento diretto, magari attraverso la richiesta di un parere alla stessa UE o, in extremis, ipotizzando il commissariamento della Fondazione.
Si tratta, però, di una strada in salita. Il nodo cruciale, infatti, riguarda la possibilità che per la realizzazione dell’esposizione siano stati coinvolti quei professionisti – architetti, ingegneri o tecnici della sicurezza – il cui contributo, secondo il regolamento europeo, è espressamente vietato perché configurerebbe una forma di assistenza indiretta a un governo sottoposto a sanzioni. Se la Russia, che del padiglione è proprietaria dal lontano 1914, si limitasse a una semplice videoinstallazione registrata nei giorni precedenti l’apertura, senza muovere denaro o avvalersi di servizi tecnici sul territorio italiano, ogni tentativo di opporsi per via legale rischierebbe di naufragare miseramente. Una prospettiva, questa, che rende ancora più amara la diserzione del ministro Giuli: un gesto che, pur doveroso sul piano politico, rischia di rimanere una testimonianza solitaria, incapace di scalfire la decisione di Buttafuoco di andare dritto per la sua strada.




