Il caso del padiglione russo alla Biennale, tra autonomia artistica e pressioni politiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione di riaprire il padiglione della Federazione Russa ai Giardini di Castello, in occasione della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte che prenderà il via il prossimo 9 maggio, ha innescato un dibattito che travalica i confini dell’arte contemporanea per investire direttamente le relazioni diplomatiche e la coesione politica interna ed europea. Al centro della bufera, che da settimane agita il mondo culturale e non solo, c’è Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione Biennale di Venezia dal marzo del 2024, la cui linea di aperto dialogo – declinata attraverso quella che lui stesso ha definito una “fabbrica di ponti” – si scontra con la ferma opposizione di ventidue paesi europei e della Commissione UE.

La posizione dell’Unione Europea, espressa senza mezzi termini dalla vicepresidente Henna Virkkunen e dal commissario alla Cultura Glenn Micallef, non lascia spazio a interpretazioni: la cultura, si legge nella loro dichiarazione congiunta, deve promuovere i valori democratici e non essere mai utilizzata come piattaforma per la propaganda, men che meno quando a farne richiesta è un paese impegnato in un’azione bellica come quella in Ucraina. Una presa di posizione che si è tradotta in una minaccia concreta e dai contorni economici ben definiti, ovvero la possibile sospensione o revoca di un finanziamento triennale da due milioni di euro destinato alla Biennale College Cinema, un progetto legato alle tecnologie immersive e alla formazione di giovani produttori, nell’ambito del programma Europa Creativa. Una mossa, quella di Bruxelles, che mira a far leva sulle risorse per ottenere un dietrofront, e che ha costretto il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli a chiedere delucidazioni formali e tutta la documentazione inerente i rapporti con Mosca.

Le crepe nella maggioranza e la difesa dell'autonomia

Mentre la fondazione veneziana, per bocca dei suoi uffici, ha risposto al Ministero trasmettendo l’intera corrispondenza con le autorità russe e ribadendo con una nota secca che “nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente”, all’interno della compagine governativa le acque sono tutt’altro che calme. Se il ministro Giuli, pur nel rispetto dell’autonomia della Biennale, aveva già manifestato il proprio dissenso, arrivando a chiedere le dimissioni della rappresentante del MIC nel Cda, Tamara Gregoretti, per non aver tempestivamente informato il dicastero, è nell’entourage della presidente del Consiglio che il malcontento sembra più radicato.

Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza e braccio destro di Giorgia Meloni, non avrebbe affatto gradito la piega presa dagli eventi, confidando al suo circolo più ristretto che l’idea di un padiglione patrocinato da figure vicine al Cremlino – e qui si fa il nome della figlia del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, comproprietaria della società russa Smart Art che gestirà lo spazio per un decennio – stride con la tragedia che da quattro anni insanguina l’Ucraina. Una posizione, quella dell’uomo forte di Palazzo Chigi, che riecheggia la durezza del ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, secondo il quale la Biennale non può e non deve diventare un palcoscenico per tentare di ripulire l’immagine dei crimini di guerra.

Di diverso avviso, e a sostegno della linea tenuta da Buttafuoco, si sono schierati il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il vicepremier Matteo Salvini. Il primo ha richiamato l’attenzione su una deroga specifica del regolamento UE 883/2014, che esclude dal divieto di rapporti con la Russia il funzionamento dei centri culturali, sostenendo che il presidente della Biennale abbia ben operato nel difendere la missione dell’ente. Salvini, dal canto suo, ha reiterato il concetto che arte, musica e cultura per loro natura avvicinano i popoli, complicando il conflitto se isolate, e ha incoraggiato Buttafuoco a proseguire sul sentiero del dialogo, un’opinione che cozza frontalmente con le proteste di intellettuali e artisti, dai Pussy Riot al premio Nobel Orhan Pamuk, che hanno firmato appelli contro quella che definiscono una normalizzazione inaccettabile.

La questione della proprietà e l’ombra dei dissidenti

Un elemento dirimente nella complessa partita giuridica che si sta giocando è la natura stessa del Padiglione Russia. Come ricordato dallo stesso Buttafuoco e da più parti, lo spazio ai Giardini non è stato concesso o invitato dalla Biennale, ma è di proprietà russa sin dal 1914, e come tale è soggetto a una gestione autonoma da parte del paese che lo possiede. Nel 2022 e nel 2024 la Russia non aveva partecipato con un proprio progetto – due anni fa per il ritiro del curatore e degli artisti in segno di protesta, l’anno scorso prestando lo spazio alla Bolivia – ma quest’anno ha semplicemente comunicato di voler utilizzare la propria “casa”, una circostanza che rende giuridicamente complessa un’eventuale esclusione forzata. Il nodo, allora, diventa tecnico: verificare che le modalità di allestimento e gestione, affidate alla già citata Smart Art, non violino le restrizioni economiche europee, un aspetto su cui la Biennale giura di essere in regola.

Buttafuoco, del resto, non si è limitato a difendere la partecipazione russa su un piano meramente formale, ma ha cercato di giocare d’anticipo sul terreno dei contenuti, proponendo di dedicare uno spazio all’interno del padiglione proprio agli artisti dissidenti, a coloro che in Russia si oppongono al regime di Putin. Una mossa che il presidente della Biennale considera funzionale a trasformare quello spazio in un luogo di confronto e di diplomazia culturale, l’unica arma, a suo dire, più potente di quelle vere, e che si inserisce in una visione più ampia della kermesse veneziana come luogo di tregua e di riflessione, capace di ospitare idealmente anche gli autori che Pavel Florenskij, il teologo ucciso dal KGB, ha ispirato. Resta da vedere se questa linea, che cerca di coniugare l’apertura a tutti i paesi, inclusi Iran e Israele, con un messaggio di libertà espressiva, riuscirà a placare le acque o se, al contrario, finirà per alimentare ulteriormente le fiamme di una polemica che appare ben lontana dall’essere sopita.

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