La frattura sulla Biennale, Giuli chiede la testa della consigliera ma Gregoretti resiste: “Non mi dimetto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso politico-diplomatico legato alla riapertura del padiglione della Federazione Russa alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre del 2026, subisce una brusca accelerazione e si trasforma in uno sfrontato braccio di ferro tutto interno alle istituzioni italiane. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha ufficialmente chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del dicastero nel Consiglio di amministrazione della Fondazione veneziana, di rimettere il mandato. Una richiesta secca, motivata da una nota del MiC con l’accusa di aver agito nelle tenebre, o quantomeno di non aver illuminato il ministero su ciò che stava maturando. La mancanza di comunicazione, secondo quanto si legge, riguarderebbe sia la mancata segnalazione della possibile partecipazione russa, sia il voto favorevole successivamente espresso dalla stessa Gregoretti, una posizione assunta, sottolinea la nota, pur essendo pienamente consapevole della “sensibilità internazionale della questione”.

Eppure, la diretta interessata non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. La sua replica, pacata ma granitica, si fonda su un principio statutario che la consigliera rivendica con forza: la propria autonomia decisionale. Gregoretti, nominata nel Cda il 13 marzo del 2024, ha risposto a stretto giro di posta affermando di agire in piena osservanza dello Statuto della Biennale e del decreto legislativo 19 del 1998, il quale, al comma secondo dell’articolo 7, sancisce che i componenti del Consiglio non rappresentano l’ente che li ha designati, né a esso rispondono. Una blindatura giuridica che trasforma la richiesta di dimissioni in un atto più politico che sostanziale, e che apre di fatto una crepa nel rapporto tra il Ministero e la Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, il quale, tra l’altro, mantiene un silenzio stampa che appare sempre più assordante.

Il nodo giuridico e le schermaglie politiche dentro la maggioranza

Mentre il fronte della politica si allarga a macchia d’olio, con le opposizioni pronte a sottolineare la “gestione caotica” della cultura da parte dell’esecutivo, la vicenda assume i contorni di un rompicapo istituzionale. Da un lato il ministro Giuli, che agisce con il coltello tra i denti richiamando la consigliera alla lealtà, dall’altro il presidente Buttafuoco che, forte di una lunga storia di autonomia della Biennale, continua a ripetere il suo mantra: chiusura e censura restano fuori dai cancelli della Fondazione. E nel mezzo una consigliera che, forte di un dettato normativo, si trincera dietro l’autonomia del proprio voto.

Il quadro si complica ulteriormente per la presenza di voci discordanti anche all’interno della stessa maggioranza. Se il leghista Matteo Salvini ha già preannunciato la sua presenza a maggio parlando di cultura come messaggio universale di unione, dal fronte di Fratelli d’Italia, e più precisamente dalla presidenza della commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone auspica un “ripensamento” della Biennale, gettando ombre sul progetto espositivo e definendolo, a suo modo, come arte di Stato, non libera espressione. Uno scollamento evidente, che lascia intendere come la decisione del presidente Buttafuoco, presa in totale autonomia e senza alcuna ingerenza governativa, abbia in realtà aperto un vaso di Pandora che ora divide non solo il parlamento ma anche il governo.

La pressione dell’Unione Europea e il rischio concreto di perdere i fondi

Ma a rendere il clima incandescente, e a giustificare in parte la dura reazione del ministro Giuli, è il fronte internazionale. La decisione della Biennale non è stata accolta con freddezza, ma con una condanna esplicita e formale da parte della Commissione Europea. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale si afferma che la riapertura del padiglione russo non è compatibile con la risposta collettiva dell’Unione all’aggressione brutale della Russia contro l’Ucraina. Le parole sono pesanti come macigni: la cultura, si legge, non deve mai diventare una piattaforma per la propaganda, e le istituzioni hanno il dovere di evitare di dare spazio a chi ha sostenuto l’aggressione del Cremlino.

Non si tratta solo di una dichiarazione di principio. Il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, è stato esplicito: la sovvenzione europea in corso con la Fondazione Biennale, un finanziamento triennale da due milioni di euro destinato a sostenere produttori cinematografici e attività di formazione, è a forte rischio. Se la scelta di includere la Russia dovesse essere confermata, Bruxelles procederà con la sospensione o la risoluzione del contratto. Una minaccia concreta che, unita alla lettera firmata dai ministri di 22 Paesi, trasforma la querelle da una questione culturale a un vero e proprio caso diplomatico con pesanti ricadute economiche per l’istituzione veneziana.

Organizzatrici e sponsor: chi c’è dietro il progetto esposto ai Giardini

La porta della discordia, il padiglione russo, non è però un semplice spazio riaperto. Il progetto con cui la Federazione intende rientrare, intitolato “L’albero è radicato nel cielo”, porta con sé ombre e dettagli che alimentano ulteriormente le polemiche. A curare l’iniziativa è Anastasiia Karneeva, figura già nota per essere stata commissaria anche nell’edizione saltata del 2022 e legata da parentele altolocate: è figlia del vice amministratore delegato di Rostec, uno dei principali conglomerati statali russi nel settore della difesa. Un dettaglio, quest’ultimo, che rende ancora più labile il confine tra arte e apparato statale.

Il progetto coinvolgerà oltre cinquanta giovani artisti, musicisti e filosofi, molti dei quali russi ma anche provenienti da Paesi come Brasile, Mali e Messico, in quella che gli organizzatori descrivono come una “polifonia multilingue” per dimostrare che la cultura russa non è isolata. Tra gli sponsor, inoltre, figurerebbe un oligarca, sebbene i nomi degli artisti – per lo più sconosciuti al grande pubblico – lascino intendere che lo scandalo internazionale che ne è derivato fosse difficilmente prevedibile. Eppure, il dado è tratto: la decisione della Biennale di accogliere la comunicazione russa, in virtù della proprietà del padiglione ai Giardini risalente al 1914, ha scatenato una bufera che ora, con lo scontro istituzionale tra Giuli e Gregoretti, rischia di travolgere l’intera architettura della governance culturale italiana.

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